Perché no
di Gioele Dix
Dire “no” pesa: da figli si subisce, da padri si impara a pronunciarlo. Anche quando il cuore vorrebbe fare il contrario
I “no” sono sempre difficili da digerire. Bisogna farci l’abitudine, e a volte non basta. Da bambino ne ho ricevuti parecchi, perentori e senza appello. Anche se ai miei genitori va dato il merito di non essersi mai sottratti all’onere di spiegarmene la ragione. Niente affatto scontato, visto che erano stati educati con ben altro rigore. Pare che i miei nonni, così dolci e malleabili con me, fossero severissimi con loro come si usava ai tempi e che alle legittime domande sul perché – legittime per un qualunque bambino di oggi, ma non allora – fornissero un’unica risposta: perché no. Dopo la benefica pausa dei vent’anni, durante i quali ho covato l’illusione di poter godere di immunità da obblighi e divieti, mi sono ritrovato ad affrontare il problema del diniego, ma sul fronte opposto, ovvero nelle scomode vesti di padre.
Ho dovuto forzarmi all’inflessibilità coi miei figli ed è stata dura, ostacolato com’ero (e come sono) da un cuore troppo tenero. D’altra parte sono (ed ero) consapevole della necessità per loro di una guida forte e sicura, soprattutto autorevole, senza essere autoritaria. Tutto assolutamente convincente. Però che fatica e che disagio essere di volta in volta censore, sorvegliante, moralizzatore. Sono ruoli che non mi piacciono. Perché? Perché no.
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