Frutto proibito
di Gioele Dix
Il libero arbitrio nasce dall’equilibrio tra senso del dovere e indipendenza: siamo responsabili delle scelte con cui orientiamo la nostra vita e quella degli altri
Nella tradizione religiosa ebraica è radicata la fiducia nella superiore volontà del Signore Iddio che tutto vede e a tutto provvede. Il sentimento di gratitudine che ne consegue – ne è colma ogni preghiera – non esclude la consapevolezza che siano gli uomini e le donne a orientare il proprio destino individuale. Possiamo fare molto per rendere migliore o peggiore la nostra vita e quella degli altri.
È un potere che ci rende responsabili delle nostre azioni. L’etica non si propone come astrazione, riguarda le scelte e i comportamenti quotidiani. L’impegno come espressione di libertà. “Se devi, puoi” sintetizzava Kant. Gli ebrei sono conosciuti per l’abbondanza di precetti cui tutti devono sottostare, ma anche per la ragionata indisciplina dei singoli. Emblematico il racconto di Woody Allen in cui narra di un rabbino fermamente convinto che sia vietato mangiare il maiale “soltanto in alcuni ristoranti”. Sono stato educato fin da bambino al senso del dovere, ma anche al sacrosanto valore dell’indipendenza.
Forse è proprio in questo apparente antagonismo il succo del libero arbitrio. Quella volta nel giardino dell’Eden Adamo non poteva che mangiare il frutto proibito. Colpa anche dell’inesperienza: oggi se la sarebbe cavata ordinando un centrifugato con mela, carota e zenzero.
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