Lamentazioni
di Gioele Dix
Il lamento, quando diventa abitudine, può trasformarsi in un alibi per evitare responsabilità e fatica
“Mamma mia che sete che ho, mamma mia che sete che ho!” diceva senza sosta un signore su un treno. I passeggeri del suo scompartimento non ne potevano più. Finalmente una stazione e un venditore di acque, il signore compra tante bottiglie e beve, beve, beve… Mi piaceva da piccolo questa storiella che girava a scuola.
Provavo un misto di affetto e compassione per quell’uomo assetato che non sapeva resistere. Ingenuità di bambino, in seguito l’esperienza mi ha reso ben poco comprensivo con chi si lamenta. Non tutti lo fanno allo stesso modo, ma il risultato è ugualmente molesto. C’è il lamentoso convinto che la responsabilità dei propri guai sia solo degli altri e c’è quello che dà sempre la colpa alle circostanze o al destino avverso. Quando le cose non vanno per il verso giusto, delusione e rabbia sono reazioni legittime.
Ma se la recriminazione diventa abitudine, è fondato il sospetto che sia un’abile strategia, la lamentazione come alibi per sottrarsi all’impegno e approfittare della fatica altrui. Nulla che potessi intuire allora a proposito di quel fastidioso passeggero, anche perché il finale della barzelletta me lo rendeva ancora più simpatico. Appena il treno ripartiva, il signore molto soddisfatto attaccava: “Mamma mia che sete che avevo, mamma mia che sete che avevo!”
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