A tutti capita, prima o poi, di dover redigere il proprio curriculum. Presentarlo per presentarsi. Dare il giusto peso, valore e spazio alle cose fatte. Compito non così facile come sembra, perché la sintesi è d’obbligo. Da evitare le imprese di poco conto. Segnalare i meriti senza esibirli. A volte barare gonfiando il nulla, altre volte minimizzare in una data esperienze che hanno segnato nel profondo. La verità è che bisognerebbe essere fatalisti e consegnare l’autoritratto senza tanti patemi, ma si impara la lezione quando è ormai troppo tardi. Quelli che invece ho sempre pensato si dovrebbero elencare – io però non l’ho ancora mai fatto – sono i lavori, le opere, i progetti ai quali si è deciso di rinunciare.
Non è questione di moralismo, almeno non per me. A guidarmi nelle scelte sono stati di volta in volta l’agio o il disagio, il piacere o l’inopportunità, e persino la coerenza. Un ricco curriculum in negativo: nel 1987 non ha partecipato allo spettacolo di, nel 1984 non era nel cast con, e così via. Idea paradossale, ma non del tutto immotivata. Parte della nostra identità si costruisce anche grazie a ciò che, per le più varie ragioni, ci rifiutiamo di fare. Lo ha detto il poeta con altre parole. “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
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