Sono nato in città, le mie radici sono nell’asfalto. Non che ami il traffico e la cronica assenza di parcheggi, però ci ho fatto l’abitudine. E in un’onesta analisi costi-benefici trovo accettabili persino le polveri sottili. Sono molti invece i cittadini pentiti che vivono nell’insofferenza costante e sognano di trasferirsi in campagna.
Quando qualcuno finalmente ci riesce e acquista un rudere in una valletta fuori mano, tutti plaudono alla sua scelta coraggiosa. Gli inizi sono esaltanti: lavori di ristrutturazione, vita all’aria aperta, iperattività, coltivazioni, orto, vino genuino senza additivi, il camino per scaldarsi. Se vai a trovare il neo-campagnolo dopo qualche mese ti dirà quanto la nuova esistenza lo rilassi e lo renda felice. Inutile controbattergli che grazie al riscaldamento centralizzato e alla spesa consegnata a casa sei più rilassato tu. Lui cercherà in tutti i modi di coinvolgerti nella scriteriata avventura.
“Perché non ti trovi un bel casale abbandonato anche tu, ce n’è tanti qui intorno”. I segni dello stress da isolamento ci sono già tutti e capisci che presto si organizzerà per rimpatriare nel suo condominio. Ho esagerato, lo so. Tutta colpa della mia diffidenza. È che non posso fare a meno di chiedermi: ma se abbandonano i casali, ci sarà un motivo o no?
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