Come ho imparato a leggere
di Gioele Dix
La lettura come eredità familiare: non una lezione, ma un esempio quotidiano
Ho cominciato a leggere molto presto, ma non è stato per merito mio. In casa nostra c’erano libri dappertutto. Anche in cucina. Anche in bagno. La mia passione per la lettura è nata più per emulazione che per ispirazione. Mio padre aveva gusti letterari selettivi, poca narrativa, molta saggistica, predilezione per i viaggiatori e gli umoristi. Quando era il momento, si immergeva e perdeva contatto col mondo. Se leggeva Chatwin, lo chiamavi e non rispondeva. Se rileggeva (per la centesima volta) Achille Campanile, lo sentivi ridere con le convulsioni fino quasi a soffocare.
Mia madre era invece una lettrice seriale e instancabile, capace di vere maratone domenicali o notturne – nei giorni feriali e prefestivi aveva sempre il suo daffare. Le piacevano in particolare i grandi romanzi, le saghe familiari, le storie dentro la Storia. Le opere dalle settecento pagine in su erano il suo pane. E se un libro la conquistava, lo leggeva tre volte. “La prima per vedere come va a finire, la seconda per capire cosa mi è sfuggito, la terza per godermelo, finalmente!”. Dunque, per entrambi la lettura è stata risorsa, ristoro e conforto. Non sarò mai abbastanza grato ai miei genitori per avermi educato ad apprezzare certe cose buone della vita. Con l’unico metodo realmente infallibile: l’esempio.
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