Ossa, cuore e corpo deposto
Un meditazione sul Sabato santo: il corpo di Cristo, deposto alla nascita e poi nel sepolcro, diventa immagine di un cuore affidato, ferito dall’amore e chiamato a morire come seme, nel silenzio, per risorgere.
Nessun osso spezzato, solo il cuore venne trafitto, così sangue e acqua sgorgarono ad irrorare il mondo. Ma il suo cuore, quello, si è sempre lasciato trafiggere dalla lancia appuntita dell’amore, che fosse un cuore sorgente i suoi amici lo sapevano, la croce lo consacrò per sempre, il suo cuore come il fiume che dal tempio, così profetizzò Ezechiele, avrebbe irrigato la terra. Poi due uomini, Giuseppe di Arimatea e Nicodemo, furono loro a prendere il corpo di Gesù, atto di deposizione. Lo stesso corpo che anni prima era stato deposto da Maria e Giuseppe in una mangiatoia. Lo stesso gesto. Il Verbo facendosi carne si è affidato a mani attente e pietose, corpo deposto, corpo affidato alla nostra pietà. Mi ha sempre colpito che la vita di Cristo fosse sospesa tra due deposizioni.
In questo sabato di silenzio, tempo dove anche le parole sono invitate a deporsi, dove i gesti liturgici sono minimi e tutto è sospeso tra dolore e attesa, in questo giorno in cui il corpo di Cristo è avvolto in lini, come alla sua nascita è stato avvolto in fasce, a noi di deporci lentamente nei pressi del suo sepolcro, sulla soglia di un silenzio, a noi di avvolgere il nostro cuore in lini, a noi di inebriarlo di oli aromatici, a noi di deporlo delicatamente nel cuore del sepolcro, a noi di seppellirlo con Lui, come si depone un seme, perché tutto risorga.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


