Corpo celeste

La veglia amorosa di una madre davanti al corpo fragile della figlia apre una domanda sull’origine e sull’eterno: nell’amore che custodisce, il corpo parla di infinito.
April 10, 2026
“Sapessi quante volte in questi anni sono stata a vegliare il respiro di I., il suo cuore, la sua pelle, chiedendomi: da dove arrivi tu?”. Questo messaggio illumina lo schermo del mio cellulare, è di un’amica, I. è sua figlia, bellissima nella sua estrema fragilità. Un corpo malato? Un corpo da vegliare. Per sua madre un corpo da adorare, come fosse l’ostensorio, una teofania, dura e splendente. Non voglio farne sterile retorica, è durissimo vivere accanto a una persona che ha bisogno di tutto sempre, che ha bisogno di te senza sosta, solo questa mia amica può arrivare a scrivere parole così delicate e leggere, lo facessi io, dalla distanza delle mie comodità, sarebbe violenza.
Così lascio parlare lei, lascio che sia lei stamattina a dirci cosa può regalare un corpo malato se amato, lascio a lei di parlare e chiedo che porti ognuno di noi a vegliare il respiro di quella splendida fragile creatura, chiedo a lei di farci un po’ di spazio per accarezzarne la pelle, chiedo a lei di tenerci nella sua domanda: “da dove arrivi tu?”, interrogativo che ogni corpo porta con sé. La mia amica risponde: “Da sempre ho sentito che, una volta apparsa in vita, lei c’era sempre stata”. Un corpo se vegliato, se interrogato, ci parla di infinito. Di una vita che è già eterna. Come l’amore. Come Dio.

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