Corpo affidato
Luca, medico e paziente, racconta il corpo come limite: non qualcosa che basta a se stesso, ma il luogo in cui si impara ad affidarsi.
Luca è un bravissimo medico, Luca è stato anche un paziente, ha conosciuto la malattia da entrambi i versanti, ha camminato i due argini del fiume, in mezzo il suo corpo, sospeso. Quando gli chiedo una definizione di “corpo” sono curioso di sapere da quale versante mi risponderà, lui mi sorprende, non medico, non paziente, il corpo per Luca è qualcosa che “da solo non basta più”. Il corpo nelle sue parole, nella sua esperienza, diventa segno di un limite, non oggetto da curare, ma nemmeno da guarire, il corpo è un confine. Da solo non basta più. Il corpo quindi anche come luogo di solitudine. Il corpo che non si basta. Sento risuonare l’eco dei sognatori, dei viaggiatori, siamo nati per salpare da noi stessi, il corpo come fame d’infinito.
Ma Luca non mi sta raccontando di una sfida personale contro il destino infatti aggiunge “capisci che non ti puoi salvare da solo ma che se vorrai salvarti dovrai affidarti”, non è sfida da avventuriero la sua ma sequela sulla strada dei santi, non parla di guarigione, parla di salvezza. Il corpo è un limite che chiede salvezza. E se non avessi capito bene, aggiunge: “devi farti da parte e affidarti”. Silenzio. Frasi da parte, parole durissime, da padre del deserto, la sfida di una vita, parole incomprensibili, se non avessero come fine l’approdo, la consegna, in Lui.
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