Capo e respiro

La morte, nel Cristo che “china il capo”, non è più fine ma passaggio: da ferita definitiva a nascita, da paura a libertà nel respiro dello Spirito.
April 3, 2026
“E chinando la testa, emise lo spirito”. In quel capo che decide deliberatamente di chinarsi, come se stesse finalmente appoggiandosi tra le braccia del Padre, in quel gesto così consapevole, il segno che la morte è stata definitivamente svuotata del suo potere. Come fosse stata sorpresa anche lei da quel modo regale di morire, da quel legame intimo tra padre e figlio che tramuta la morte in passaggio, in consegna. Come se anche la morte si fosse commossa, quel giorno, sul Calvario. O forse anche lei sorrideva, finalmente, è sempre stata sorella ma noi, peccatori, non l’avevamo ancora compreso. Davanti a quel capo chinato la morte si è trasfigurata nei nostri occhi da potenza incontrollabile a contrazione di parto, da taglio definitivo a nascita.
Lui che non aveva dove posare il capo, qui, tra noi, da quel giorno ci ricorda che nemmeno il nostro capo può trovare pace finché finalmente riposerà nel seno dell’Eterno, accolto da una morte portatrice di libertà. Poi un respiro, il suo respiro creatore. Inchiodato all’albero della croce quelle labbra fiorirono a primavera riportando il Creato ai primi vagiti di Genesi e mentre il Padre baciava il Figlio, crocifisso, baciava le vittime, baciava i carnefici, baciava ognuno di noi, promettendo che il soffio dello Spirito non avrebbe mai smesso di appoggiarsi sulle nostre carni impaurite.

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