Rothko a Firenze
A Firenze, Rothko accanto al Beato Angelico diventa esperienza del sacro: tra luce, colore e silenzio imperfetto, ogni visitatore cerca a modo suo una soglia verso l’Altrove

La prima volta che una tela di Mark Rothko rapì la mia anima mi cedettero le gambe, fui costretto a sedermi, mi si riempirono gli occhi di lacrime, il cuore fu toccato e il respiro cominciò a rallentare facendosi meditativo. Ero nel cuore di un’esperienza che non avrei mai dimenticato.
Accadde molti anni fa. Ieri si è ripetuta. A Firenze, tra i corridoi di un altro mio luogo dell’anima, il convento di San Marco, dove il Beato Angelico ha lasciato traccia incredibile della sua fede e della sua arte. Sostare sulla soglia di quelle celle è come sporgersi verso l’Infinito, è come lasciarlo entrare in noi. È una relazione, viva. Ieri ho visto collocate accanto al Beato Angelico, in occasione di una mostra attualmente in corso a Firenze, alcune opere di Rothko, da togliere il fiato.
L’artista statunitense scriveva “Un dipinto non è l’immagine di un’esperienza: è un’esperienza”, e Rothko accanto al Beato Angelico è esperienza sacra, sublime. Il cuore della mostra è però a Palazzo Strozzi, la visito nel pomeriggio, il dialogo del mattino di quelle porte di luce, di quei campi di colore, con scene evangeliche mi tranquillizza, ho sempre paura di piegare l’arte alla mia sensibilità religiosa, di far dire all’opera ciò che mi voglio sentir dire, in questo caso mi sento come autorizzato.
Entro in dialogo con le opere esposte, sono aperto e disponibile, mi lascio portare. Rothko stesso nel 1954 scriveva a Katherine Kuh “E se dovessi riporre la mia fiducia in qualcosa, la riporrei sicuramente nella mente dell’osservatore sensibile, libero dagli schemi di pensiero convenzionali. Non vorrei sapere nulla dell’utilizzo che intende fare dei miei dipinti per i bisogni del proprio spirito. Quando entrambi – bisogni e spirito – sono presenti, allora c’è la garanzia di un vero scambio” .
È con questa frase nel cuore che, ad un certo punto, decido di mettermi a sedere in una delle sale, forse per un attimo di respiro in mezzo a tanta bellezza, mi siedo e comincio a osservare il modo che le persone hanno di dialogare con le opere.
Vedo una ragazza intenta a farsi un selfie davanti a una tela, mi sembra un sacrilegio, ma riesco a impedire al mio moralistico giudizio di condanna di venire a galla, penso a Rothko e mi dico che non so niente dei bisogni e dello spirito di quella ragazza. Guardo e non giudico. Questa condizione mi permette di lasciar entrare nei miei occhi uno spaccato di umanità commovente. Tra le sale di Palazzo Strozzi, tra quelle Annunciazioni di colore, tra quei varchi di luce, si muovono davanti a me le persone così come sono.
C’è la guida che, invasata da sacro entusiasmo, cerca di convincere un gruppo di signore della straordinarietà di quello che stanno osservando, c’è la coppia di stranieri, entrambi commossi e attenti davanti alla tela, c’è il fidanzato che, evidentemente trascinato contro la sua volontà, scatta foto con il cellulare ma solo alla sua ragazza, che finge di non accorgersi ma intanto si mette in posa.
C’è un uomo anziano, con un bastone, cammina tra quelle meditazioni esposte ai muri con fatica, porta in giro un dolore che pare in cerca di una risposta. C’è il professore che spiega e spiega e spiega ancora, convinto che la verità non ammetta pieghe, non ammetta mistero. C’è l’uomo tra quelle sale, l’uomo fatto di bisogni e di spirito e ci sono io che cerco di imparare a non condannare, a non pretendere modalità di interazione con il sacro che ricalchino solo le mie strutture.
Ci sono tutte le età della vita e non c’è il silenzio perfetto che sognerei io. Ed è giusto così. Questa è la città, non alta, non bassa, città così come è, così come siamo, ognuno con bisogni diversi ma tutti, in qualche modo, con il desiderio di immergere i nostri corpi in pareti che, come icone, sono capaci di aprire all’Altrove. È un’esigenza dello Spirito, e ognuno di noi la balbetta a modo suo.
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