Lievito di città
L’incontro con le Clarisse di Sarzana rivela il valore essenziale dei monasteri: cuori nascosti di preghiera che, senza «servire» a nulla, ricordano a tutti il senso profondo della vita

Le indicazioni dell’amica erano chiarissime. Sono riuscito a perdermi lo stesso. Non un vero e proprio smarrimento, ma ho imboccato un senso unico tra le splendide colline di Sarzana che mi ha costretto a ritornare sui miei passi. Movimento di rientro. Ricalcolare il tragitto. Riassettare le attese. Di solito vengo a Sarzana per la stagione di prosa al teatro degli Impavidi. Oppure a qualche concerto. Impossibile perdersi, si trova sempre ciò che si cerca. Stavolta no. Mi hanno invitato le Clarisse, suore di clausura, per conoscermi.
Non sono io a cercare, per fortuna. Già mi sembra un dono. Rientro sul percorso e imbocco finalmente via Paradiso, sì, si chiama proprio così. Arrivo e l’accoglienza è sorprendente. Non sapevo se aspettarmi le grate, mi trovo in giardino, con loro, sedie attorno a un tavolo, un improvviso e costante vento freschissimo, acqua, sciroppo al limone e una cordialità che annulla l’imbarazzo, sembra di conoscersi da tanto, da sempre. Impressione rara. Aprirsi, confidarsi, toccare tantissimi argomenti, viene facile, spontaneo.
E poi ridono, tanto, queste cinque suore, sono belle. Libere. Spiritose. Abitate dallo Spirito. Mi fermerò un’oretta, pensavo. Quando guardo l’orologio credevo in un errore, ne erano passate quasi quattro. Come se il tempo, lì, avesse più fretta di scivolare nell’Eterno. Scandisse l’urgenza di tornare a casa. “Noi come hai visto siamo sorelle semplici e poverelle”, così mi scrive madre Tiziana il giorno dopo, e mi sembra la definizione perfetta per descrivere questo cuore nascosto, questo lievito palpitante e segreto, immerso nel cuore di una città splendida come Sarzana. L’impressione, dopo averle incontrate, è che se non ci fossero loro a scandire un respiro segreto e Alto la città morirebbe. E non lo dico con enfasi o retorica, è davvero l’impressione ricevuta.
Mi sembra che per tutti, anche per chi non lo sa, anche per chi crede di non credere, per tutti, loro siano essenziali. Riportano all’essenza. Profumano. Sono convinto che le nostre città possano ambire a una certa altezza perché sostenute da queste presenze semplici e in-utili. Cioè libere dall’ansia di dover giustificare concretamente il loro esserci nel mondo. Luoghi dove la sfida quotidiana è saper vivere le gioie e le asprezze della fraternità. Dove combattere la buona battaglia per non cedere alle lusinghe della complessità. E stare nella povertà, con cuore grato.
Stare con le sorelle mi smuove nel cuore una richiesta che non faccio mai. Per pudore, per timidezza, mai. Chiedo se piacerebbe loro che io tornassi, magari per pregare insieme. Le parole che scandisco stupiscono prima di tutto me. Eppure sono naturali, dicono di una nostalgia di un luogo fraterno, semplice e povero dove sentirsi Suoi. Io sono sempre più convinto che, come Chiesa istituzione, dovremmo riuscire non solo a stare al passo con le richieste del mondo, non solo rispondere con servizi di carità all’altezza ed efficienti, non solo garantire presidi parrocchiali funzionali e attivi, ma dovremmo urgentemente cercare il modo per non smarrire tutti questi tesori nascosti. Difendere questi presidi in-utili e quindi essenziali secondo la logica del Vangelo. E immaginare nuove modalità per garantire che ogni città abbia un cuore pulsante di preghiera. Uno spazio di Silenzio abitato. Di liturgia scandita con passione e fedeltà. Uno spazio nascosto, segreto.
Senza funzioni che ne giustifichino per forza l’esistenza. Non devono servire a niente, non devono fornire servizi, niente di niente, solo esistere. Questo sarebbe il loro vero servizio. Non luoghi abitati da professionisti dell’accompagnamento spirituale, non da studiosi, deve essere qualcosa ignorato dalla maggior parte della gente. In questo tempo di città smart, funzionali, a misura d’uomo, la sua anima paradossale ed evangelica deve tornare a essere la dismisura della disfunzionalità rispetto ai paradigmi del tempo.
Quando ero giovane, in parrocchia, spesso si sentiva dire che “avevano senso” i missionari ma non le suore di clausura, perché queste ultime non servivano a niente. Io mi arrabbiavo e snocciolavo le prove della loro utilità. Del loro essere nel mondo in altro modo. Del loro essere più attive e informate e dentro la realtà di quanto i miei amici credessero. Avevano ragione loro. Non servono a niente. Non servono a nessuno. Perché basta vederle sorridere e si capisce che ci ricordano che il senso profondo della vita è altro, è appartenere a Qualcuno.
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