Giovani
Un incontro con sei giovani diventa lo specchio delle molte vite che ci abitano: differenze, domande e fragilità che trovano unità solo in Cristo

La mia piccola città, invasa dall’umidità. È la prima volta dopo anni: dal basso della valle, una nebbia finissima a imprigionare di calura, a spingere i vestiti contro la pelle. Credo di essere il primo uomo a sperimentarlo qui, a quasi mille metri d’altitudine. Città non sufficientemente alta, stavolta: raggiunta. Intanto, dall’amato Tibet, notizie disastrose: ghiacciai che fanno esplodere corsi d’acqua e spazzano via interi villaggi. Cambiamenti di clima, clima di cambiamento. Dal basso, per coincidenze strane, salgono a trovarmi dei ventenni: i figli di questo clima, gli eredi dei nostri errori, coloro che contribuiranno a dilatare il devasto, temo. Di solito mi raggiungono viaggiatori solitari, non giovani, gente già vissuta. Loro sono sei e sono bellissimi; mi sembrano piccoli, sono compagni d’università.
La sera, intanto, scende; stiamo all’aperto, la cena si diluisce in vino e amari, si sciolgono le parole, si inumidiscono più facilmente gli occhi. Poco importa quello che ci siamo detti: ci sono cose da custodire nel segreto, qualcosa dovrà pure restare protetto, affidato al vento che, clemente, ha iniziato a soffiare freddo e deciso, come a volersi scusare per l’assenza ingiustificata del pomeriggio.
Io li guardo e li ascolto e, pur essendo amici, pur provenendo dagli stessi ambiti, pur riconoscendo in loro una radice comune, li vedo diversissimi. Sono diversissimi. Provengono da regioni esistenziali diverse, aree geografiche dell’anima distanti migliaia di chilometri. Questa è la prima cosa che penso: che, per parlare loro, anche quando mi chiedono di me, io devo guardarli negli occhi, ma uno alla volta, altrimenti non saprei come scandire le parole a destinatari così opposti.
La seconda cosa che penso, invece, mi apre a un sorriso dolcissimo: nella loro differenza radicale mi sembra di potermi specchiare; ognuno di loro rappresenta un capitolo della mia adolescenza. C’è quello curioso, che confida ciecamente nella cultura; quello che riconosce alla Chiesa, istituzione, di averlo salvato; quella alle prese con le grandi domande sul dolore e sulla morte; c’è il ragazzo ortodosso nel suo essere credente e, quindi, bisognoso di definire la Verità e di sentirsene parte; c’è quello che non parla; c’è la ragazza che ha bisogno di baciare e abbracciare il fidanzato per paura di perdersi in troppe parole… Li guardavo e mi accorgevo che noi siamo stati, e forse siamo ancora, tutto questo. Stratificazioni.
Certamente smussate, addolcite da infiniti giochi di contaminazioni o, peggio, di compromessi. Siamo sogni infranti, radicalità che hanno incontrato il segno del limite ma, soprattutto, siamo il frutto finale del tentativo di unificare tutte queste anime che ci hanno costituito. Siamo tutto quello che siamo stati, perché, guardandoli, era chiaro che in me c’erano ancora tracce di quello che erano loro, ma in me quella complessità aveva trovato un centro. Almeno spero. Unificato. Ma unificato dove? So bene che la risposta giusta e definitiva è una sola: Cristo, unificato in Cristo. Lo penso, ci credo, ma mentre lo scrivo mi commuovo perdutamente e mi chiedo se ho davvero capito questa cosa. Per la prima volta sento chiaramente e, oserei dire violentemente, la pazienza di Cristo che, chinato su di me, tiene insieme i pezzi della mia storia. Sento che senza di lui esploderebbe in frantumi. Disastro geologico dell’anima.
Forse, alla fine, è tutto qui. Ci illudiamo di essere unici e protagonisti di quell’avventura che avventatamente chiamiamo al singolare: Vita. Come se fosse una, unica, irripetibile. Invece siamo vite, contraddizioni, moltitudini. Stratificazioni di ciò che siamo stati. Ma siamo anche continuamente salvati, raccolti, riuniti, salvati dall’Uno. Resi monaci dalla fede.
Guardo questi ragazzi nella loro singolarità, provo a immaginarmeli adulti. Per fortuna non ci riesco: ognuno diventerà altro da ciò che è, portandosi dentro per sempre anche quello che oggi sta mostrando con commovente radicalità. Smetto l’inutile sforzo immaginativo. Li affido invece al Vivente, a Colui che non perde nemmeno una lacrima di ciò che siamo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





