Storia d’amore e povertà
La morte solitaria di un uomo marginale interroga una donna e chi l’ascolta, svelando nella povertà più scomoda un volto inatteso di Dio e la forza di un amore capace di riscattare una vita

Ogni parola è incartata di lacrime. Ecco perché gli occhi, ancora, non piangono. Lei è seduta davanti a me, appoggia sillabe fragili e sussurrate su un tappeto fatto d’aria, ma sono grevi i suoi pensieri, e stupisce che il cristallo del silenzio non si frantumi. Un uomo è morto. Da solo. E la città non ha fatto nulla. Nemmeno lei, dice, dal cratere del suo dolore, ha fatto quel che doveva. Io ascolto, cercando di trovare alibi che possano alleggerire il peso della donna.
È gioco semplice quando non si è direttamente coinvolti. Era un uomo difficile da aiutare, un marginale, disadattato. Forse non voleva nemmeno farsi salvare. Mi accorgo che lo sto immaginando, io che non lo conoscevo, come un problema. Solo come un problema. E così mi accodo, inconsapevolmente, alla processione dei benpensanti delle nostre “alte” città.
L’uomo era un caso umano, pericoloso per sé e per altri, frutto di una litania di errori che provenivano dall’infanzia. Hanno provato ad aiutarlo i servizi sociali, l’istituzione Chiesa, gli amici, forse perfino i parenti, almeno all’inizio. Inutilmente. E così lui rimaneva un fallimento. Per tutti. Fallimento è parola romantica quando la inseriamo nelle nostre riflessioni evangeliche, quando la mascheriamo da fragilità e debolezza: concetti di moda fino a quando rimangono tali, disincarnati. Ma quando il fallimento prende carne e puzza di alcool e sigarette, quando il fallimento mente, quando è sfatto o diventa pericoloso per sé e per altri, allora, in quel caso — e sono tantissimi i casi nelle nostre città — il fallimento va solo nascosto, negato.
Non poteva che morire da solo, un uomo così. In fondo l’ha scelto. Questo diciamo. Fallimentare doveva essere anche la sua fine. Ma gli occhi di questa donna, mi accorgo finalmente, non mi stanno chiedendo alibi. Non devo consolarla. Sono io che mi sto proteggendo. Lei mi parla di quest’uomo e mi parla, insieme, di Dio.
Lo fa con tanta dolcezza e determinazione che le immagini si confondono. E lo so che è scandaloso, così scandaloso che non riesco a spiegarmelo nemmeno io, che mi rifugio in vaghi ricordi letterari, tipo “La leggenda del santo bevitore”. In lei, invece, nessuna fuga pseudocolta: lei sta in quella provocazione d’amore di quell’amico morto e implora Dio che le converta lo sguardo.
Lei mi sta raccontando che quella vicenda le sta cambiando la percezione di Dio. Io stupisco e sento che sta accadendo qualcosa anche in me. Mi sento perso in una sorta di concretissima parabola. Non è più la morte marginale e drammatica di un uomo a essere al centro delle parole, ma sono io. Io che credo di credere, io che scrivo una rubrica sulla Città alta e che non mi accorgo che quella città efficiente e perfetta, anche in campo di fede e di assistenza, spesso crolla davanti al paradosso di vite che non seguono regole prestabilite.
Io che credo di aver compreso, e lo dico spesso, che compito del credente non è tanto aiutare i poveri ma diventarlo, farsi povero per essere segno del vero povero che è Cristo: come reagisco davanti a un’esperienza di povertà vera? Povertà scomoda. Povertà scandalosa.
Certo, non sto elevando agli altari una vicenda moralmente scandalosa: non è la morale qui a essere al centro del problema, è la povertà che interroga e che scandalizza. Un uomo non è morto crocifisso, ma nascosto. Anche lui da solo. Eppure la sua morte, negli occhi innamorati di una donna, ha svelato un volto inedito di Dio. E allora chi è davvero alto e chi davvero basso nelle nostre città?
La donna piange, intanto. Esplicitamente. Finalmente. E parla di quell’uomo, parla di Dio. In una vicenda così povera che non ha potuto declinare in storia quello che non poteva essere nominato come amore. Ma lei piange, perché ha tanto amato. E io mi dico solamente che non può essere bassa una storia che ha provocato tanto amore.
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