Codice mistico

Una cena qualunque diventa occasione per interrogarsi sullo sguardo mistico: andare oltre le apparenze e riconoscere il mistero negli incontri inattesi.
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July 27, 2026
Codice mistico
Sono a tavola con persone che non conosco per nulla. Provo ad apparire, inutilmente, leggero e a mio agio. Cerco di non far pesare il mio imbarazzo. Ascolto. Sorrido. Abbozzo qualche domanda. Ma in me qualcosa rimane come contratto, come se non riuscissi ad aprirmi alla semplicità dell’incontro. Attendo che tutto si concluda per scivolare alle molte cose che mi aspettano e che io solo sto mentalmente etichettando come urgenti.
Loro sono attenti, sono contenti che io sia lì. Questo mi fa sentire ancora più povero: vorrei essere all’altezza della loro gioia. Ma non riesco.
La cena si conclude e io, a casa, mi imbatto nell’introduzione a “La mistica ebraica” di Giuseppe Laras. Leggo quasi per cercare una fuga. Leggo per staccarmi da quell’episodio. Ottengo il risultato opposto: “Se si volesse sinteticamente definire il pensiero mistico, si potrebbe dire che tale pensiero tende ad andare oltre a ciò che appare, nello sforzo di interpretare i simboli di cui è intessuta la realtà”.
Credevo di leggere qualcosa che mi portasse lontano dall’esperienza appena conclusa, e invece le parole mi riportano a quella tavola. Provo a riavvolgere il nastro del tempo e mi chiedo quanto poco mistico sia stato il mio sguardo nell’incontro con quelle persone.
Così impegnato a cercare, invano, di essere presentabile, alla fine, ancora una volta, mi sono chiuso. Protetto. La città, le sue regole, i suoi ritmi, i suoi riti mi hanno come bloccato. Tutto si è alleato per farmi sentire inadeguato.
Se avessi avuto uno sguardo mistico, sarei riuscito ad andare oltre la differenza di età, la differenza di interessi, la differenza di linguaggio? Se avessi avuto uno sguardo più mistico, di sicuro, avrei abbandonato la carcassa pesante delle mie paure e, forse, avrei potuto anche individuare i simboli di cui è intessuta la realtà: quella che mi si presenta davanti, quella che non scelgo.
Perché è facile essere profondi e attenti con persone che condividono lo stesso stile di stare al mondo. Quasi nessuno sforzo. Ma lì, invece, avrei potuto sforzarmi in modo diverso: passare dalla paura del giudizio degli altri a un lavoro sul mio cuore per provare a mettermi veramente in ascolto dell’anima di quelle persone. Così come erano. Per quel che dicevano. Per quello che in quel momento mostravano. Per ciò a cui la realtà alludeva.
Ancora Laras: “La vita, nella prospettiva del mistico, è allusiva. La realtà è costituita da simboli che è necessario riconoscere e penetrare al fine di cogliere il loro più profondo significato”.
Forse sto solo caricando di eccessivo peso un evento senza troppa importanza. Eppure.
Eppure, credo che una Città possa mostrarsi nella sua altezza solo se è innervata di mistici sguardi che non franano nell’immediato. Facile e quasi scontato lasciare che l’animo venga rapito e portato Altrove quando è a cospetto dell’arte, della poesia, di una liturgia fatta bene.
Ma lì, nell’apparente banalità di un incontro qualsiasi, lì, non c’è davvero nulla da fare? Come guardare anche quel mondo, quel pezzo di realtà che non abbiamo scelto di vedere, come un’epifania del mistero?
Mi sento misero nella mia poca fede, continuo a leggere Giuseppe Laras: “La constatazione che la realtà fisica, e specificatamente quella metafisica, non sono come appaiono, impone la necessità di un codice interpretativo di accesso per spiegarle. E solo il mistico possiede questo codice”.
Chiudo il libro, lascio stare la mistica ebraica, chiudo anche gli occhi, cerco il codice mistico e vedo Gesù, seduto a tavola, tra amici e peccatori, tra avversari, dotti e semplici, tra sacerdoti, prostitute e ladri.
Sto in silenzio. Provo a immaginare il suo stile di incontro, provo a gustare il suo semplice stare tra gli uomini. Sento sempre più nostalgia di intimità con Lui. Mio mistico codice.

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