La primavera entra lo stesso
Mazzolari, nascosto in canonica, trasforma la clausura in una finestra di preghiera: anche nel buio, «la primavera entra lo stesso»

Per certi strani arabeschi del destino mi ritrovo tra le mani “Diario di una primavera” di don Primo Mazzolari. E mi esplode tra le dita. Non lo ricordavo, il tempo aveva relegato pigramente il prete di Bozzolo, nella mia mente, a gran predicatore, schierato, profeta della chiesa del Concilio. Avevo dimenticato il poeta, il mistico. “Diario di una primavera” è il resoconto diaristico del periodo che va dall’autunno del 1944 alla primavera del 1945, le brigate nere lo credono in montagna e lui si rifugia in clausura nella sua canonica, eremita.
E guarda il mondo da una finestra, una feritoia, un taglio di donna da cui partorirsi ogni giorno a vita nuova. Leggo stupito queste pagine all’aperto, i miei occhi possono spaziare fino alle Alpi Apuane, ai miei piedi il mio cane Dulcinea dorme, le api danzano sui fiori, un serpente giallo e nero scivola via elegantemente, il silenzio è perfetto. Il vento smuove le foglie e mi è amico. Mentre leggo mi rendo conto di essere parte della natura, la stessa che Mazzolari contemplava nascostamente dalla sua finestra, mi immagino osservato dal prete di Bozzolo. Più ancora, immagino che al suo fianco ci siano tutte le persone che tengo nel cuore e che ora sono rinchiuse in alveari cittadini, città non alte, non basse, strette.
Penso a Donato e Maria che da più di un mese sono in ospedale, penso all’amico che mi ha raccontato di L. che è in coma da mesi. Ma penso anche a chi oggi non può uscire di casa perché deve lavorare, perché non può muoversi, perché è solo, perché non trova il motivo per uscire. Penso a loro e a loro dedico alcuni passaggi di don Primo, li trasformo in una specie di preghiera, per tutti i cuori clandestini, per chi si nasconde, per chi è rifugiato nella tana dei propri malcontenti, per chi ha paura.
Per loro don Primo, che non scrive dalla bellezza di una natura liberata e palpitante ma dalla stessa clausura. Che tutti voi possiate con don Primo sporgere “con agio la testa e il petto in fuori. Non mi vedeva nessuno e potevo prendermi la mia parte di aria, di cielo, di luna e di stelle e, se c’era brezza, il chiacchierare un po’ cartaceo delle foglie di platano”. Con don Primo vi auguro di non abituarvi mai alla solitudine “Non ci ha fatti per rimanere soli il Signore Iddio. Ci si adatta anche alla solitudine, sono riuscito a farmela cara e a cavarci molto utile, ma non posso dirvi che le voglio bene, che mi sia tolta la paura”. E se i vostri occhi saranno stanchi, implorate il Signore che ve li risorga perché “oggi (che) non ho gli occhi vivi, tutto è lo stesso”. Pregate, preghiamo, di riuscire a scendere così in profondità del nostro eremitaggio da riuscire a intuire la vera verità dell’esistere dove “tutto si tiene quaggiù, tutto è comunione con le cose, con le stagioni, con Dio”.
A un certo punto a don Mazzolari basta la finestra per danzare una felicità mistica “mi trovo in ginocchio e con la voglia di baciare una foglia, un fiore, l’ala di un uccello, quella nube che si attarda a contemplare la sua opera”. Poi però tempi ancora più tristi, la finestra non si può più nemmeno aprire, la clausura è prigionia, privazione, ma l’occhio ormai vede “a finestre e porte chiuse come nel Cenacolo. Ma la primavera entra lo stesso, come il Signore…”.
E la visione è paradossalmente così luminosa che il ventidue aprile del 1945, può scrivere “duecento fascisti sono stati liquidati ancora prima che arrivassero gli americani e i nostri. Capisco la giustizia, capisco la malvagità di tanti di codesti, ma questo non è tornar da capo, un far come loro?”. Perché quella era clausura di un cuore ormai nelle mani del Signore, nella Sua cella, tanto che il 25 aprile arriva a scrivere “la finestra rimane socchiusa anche se l’uscio si apre, la liberazione non è sempre la libertà sognata”. Parole di un mistico incatenato al Cristo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire 





