Come con gli altri uomini

La fede si misura anche nelle relazioni: l’altro, con la sua fatica concreta, diventa il luogo più esigente della nostra conversione.
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June 22, 2026
Come con gli altri uomini
Un ragazzo su una panchina
“Ciascuno si rapporta a Dio come con gli altri uomini” inciampo in questa frase del gesuita Franz Jalics e mi faccio inaspettatamente male. Si impiglia come un ramo tra le ruote, provo a districarmi sbrigativamente, è una frase ad effetto e molto discutibile, mi dico, chiudo il libro, provo a fare altro, inutilmente. Non rimane che scendere in chiesa a pregare, non posso scappare. Devo prendere sul serio queste parole o, almeno, l’effetto che mi hanno provocato. Provo, davanti al Signore, a giustificarmi, a dire che sono errate, che un conto è rapportarsi con Dio, buono, paziente, misericordioso, un conto è mettersi in ginocchio davanti al Santissimo o al Crocifisso, un altro invece rapportarsi con gli uomini. Uomini che non sono certo come Dio, che fanno male, che dimenticano, che sono vendicativi.
E io non mi reputo certamente meglio dei miei fratelli e, proprio per questo, anche perché mi conosco, penso sia errato quel parallelismo spietato tra uomo e Dio. Poi però respiro e rileggo meglio la frase. Jalics non dice che Dio e gli “altri” sono la stessa cosa, dice altro, non parla dell’oggetto dell’amore ma della modalità con cui io mi rapporto al divino e ai fratelli. Il problema non è Dio e non sono gli altri, sono io. Che l’uomo sia segnato dal peccato, che non sia immediatamente amabile, è evidente dalla prima all’ultima pagina della Bibbia, è evidente in Gesù che, dal Padre e dai fratelli, ha ricevuto risposte diametralmente diverse, con il primo si ritirava in intime preghiere mentre gli altri lo hanno messo in croce, non è la stessa cosa, eppure Cristo ha amato i suoi fratelli. “Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. (Mt 5,46-48)
Non importa come sia proseguita la mia preghiera, come sia franato in un crepaccio di domande o quanto il brano di Vangelo tratto dal quinto capitolo di Matteo stia continuando a provocarmi alla conversione, quello che conta è che poi ho anche pensato a noi, a questo spazio fatto di Città alte e basse che cercano di incontrarsi. Ho pensato che spesso quello che mettiamo in atto è una sorta di meccanismo spirituale dall’alto: ci ritiriamo in preghiera, celebriamo i sacramenti, riflettiamo sulla Parola e poi, a cascata, dall’alto del nostro rapporto con Dio, ci immergiamo tra i bassifondi della vita normale, ci esauriamo in relazioni complesse, amiamo per quanto possiamo, perdoniamo quanto riusciamo, sicuri sempre che tanto il Padre è buono e si accontenta di quel che riusciamo a fare. Siamo un’onda sospinta da un incontro e arriviamo fin dove riusciamo e poi, quando non ne possiamo più, ritorniamo al mare per riprendere forze. Se la frase di Jalics è vera, invece, forse sarebbe opportuno ogni tanto provare l’itinerario contrario. Sarebbe saggio partire anche dal basso, dall’uomo, dalle nostre relazioni e verificarle.
Le nostre città basse, l’incontro con chi condivide il nostro spazio e tempo come è? L’altro è un impedimento? Una scocciatura? Una minaccia? Un ostacolo? Senza pietà provare a verificare questo e scoprire così la vera qualità della nostra fede. Sempre Jalics “molta gente dà maggiore importanza all’amore verso Dio che alla propria relazione con le persone. Si tratta chiaramente di un inganno. Si valutano più credenti di quanto non siano in realtà” . Parole che possono fare male, che sembrano eccessive o fuori fuoco, può darsi, ma non credo sia saggio disarmarle immediatamente. Potrebbero invece diventare possibilità. Le nostre città basse possono trasformarsi, grazie a questa prospettiva, in un costante invito alla fede. Non serve nient’altro che l’uomo, l’uomo così com’è, l’uomo nella sua concretezza spesso demotivante. Non servono guru, ritiri particolari, illuminazioni, solo l’uomo che diventa, istante dopo istante provocazione e aiuto alla nostra conversione. Non alla sua. Non dobbiamo cambiare il mondo, non gli altri, ma il modo che abbiamo di rapportarci con loro. Se diventerà evangelico ci attenderanno la beatitudine e la croce.

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