Se il sistema chiede a chi ha bisogno di certificare la propria fragilità
di Nunzia De Capite
I dati Caritas mappano i luoghi in cui le politiche pubbliche non arrivano, arrivano tardi o in modo discontinuo. E criteri di accesso fondati su categorie rigide, protezione a intermittenza e lavoro povero ostacolano percorsi di autonomia

Il Report statistico 2026 di Caritas Italiana, come Avvenire ha ben evidenziato, consente di leggere qualcosa che va oltre la fotografia del bisogno. E indicare dove in welfare non arriva. I dati mostrano infatti anche gli effetti che alcune scelte pubbliche producono sulla vita di chi vive in povertà. Da qualche anno, quando si parla di contrasto alla povertà, la domanda implicita sembra essere: che cosa devi dimostrare per meritare un aiuto? In quale categoria devi rientrare? Ma il punto dovrebbe essere un altro: che cosa possono fare le Istituzioni per restare vicino a una persona? Occorre invertire l’ordine della domanda. Il sistema attuale chiede a chi è già in condizione di bisogno e dunque dispone di meno energie economiche, talvolta anche cognitive e psicologiche, di certificare la propria fragilità attraversando un labirinto burocratico.
Il primo effetto è che le politiche troppo categoriali producono esclusione per costruzione. Solo l’8% delle persone che si rivolgono alle Caritas risulta in carico ai servizi sociali pubblici. Il restante 92% raggiunge la rete ecclesiale senza un aggancio stabile con il sistema pubblico. Quando il welfare è costruito su categorie rigide chi non rientra in nessuna casella rischia di non esistere per le politiche. Ma non scompare dalla realtà: continua a indebitarsi, a rinunciare a cure, a chiedere aiuto. Nel 2025 le persone accompagnate dalla rete Caritas – 3.520 servizi informatizzati in 206 diocesi – sono state 282.539, il 48% in più rispetto a dieci anni fa. È la misura di uno spazio che si è allargato e che, troppo spesso, è rimasto scoperto.
Il secondo effetto è l’intermittenza della protezione. La povertà, invece, non procede a intermittenza. Una persona può entrare nell’Assegno di inclusione, uscirne perché supera una soglia Isee o perché cambia la composizione familiare, restare per mesi senza copertura e poi rientrare. La vita delle persone non si lascia ordinare così facilmente. Gli ultimi dati Inps pubblicati a febbraio 2026 mostrano che la platea dell’Adi è cresciuta del 7,8%, ma diminuisce l’incidenza dei profili più fragili: i nuclei con minori scendono dal 37,7% al 34,6%, quelli con disabilità dal 39,3% al 37,6%. Una lettura coerente con quanto emerge dai territori è che una parte delle famiglie esca dalle misure non perché abbia raggiunto autonomia, ma per ragioni burocratiche o di soglia. Esce dalla statistica dell’Adi, ma resta dentro la fatica quotidiana.
I dati della rete ecclesiale confermano questa continuità: il 28% delle persone assistite è seguito da almeno cinque anni; gli incontri medi annui per persona sono saliti a 8,7%, il doppio rispetto al 2012. Nel 2025 sono state quasi 37mila le azioni di orientamento e oltre 18mila gli interventi di tutela dei diritti. Numeri che raccontano la distanza tra persone e istituzioni.
Il terzo effetto è che alcune politiche rischiano di accompagnare verso la precarietà più che verso una reale autonomia. Il Supporto per la formazione e il lavoro, introdotto insieme all’AdI, mostra un tasso di rotazione molto alto. A una prima lettura potrebbe sembrare un segnale positivo. Ma i dati Caritas invitano a guardare più in profondità. Nel 2025 il 24% delle persone che si rivolgono alle Caritas ha già un lavoro. Eppure, ha bisogno di aiuto. Trovare un’occupazione non equivale a uscire dalla povertà. Se l’inserimento avviene in un mercato segnato da salari bassi, discontinuità e contratti fragili, il lavoro non sempre diventa protezione. Può trasformarsi nella vulnerabilità del lavoratore povero, che formalmente ha un reddito ma non arriva alla fine del mese. Il problema non è soltanto la mancanza di lavoro. È la qualità del lavoro.
È necessario superare l’idea che le persone debbano essere incasellate per stabilire chi merita un aiuto e chi no. Le politiche contro la povertà dovrebbero avvicinarsi al bisogno reale, non costringerlo ad adattarsi a categorie già definite. Servono criteri di accesso fondati sulla vulnerabilità economica e sociale; continuità della presa in carico; investimento nell’orientamento come funzione pubblica. In questa dimensione, i dati Caritas possono diventare una mappa dei luoghi in cui le politiche pubbliche non arrivano, arrivano tardi o in modo discontinuo. Usarli per correggere la rotta è una scelta politica. Ignorarli lo è altrettanto.
Servizio Advocacy di Caritas Italiana
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