La “vanitas” e la “veritas”: quel che ci dice Agostino
di Bruno Forte
La visita pastorale di Leone XIV a Pavia offre l’occasione per riflettere sull’attualità dell'insegnamento dell'Ipponate: dietro il tramonto delle civiltà non ci sono soltanto fattori esterni, ma una perdita di orientamento etico e spirituale

La recente visita pastorale di Leone XIV a Pavia, in particolare alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro dove sono custodite le reliquie di Sant’Agostino, ha sollevato in diversi la domanda su quale possa essere oggi la rilevanza di un Santo pur grande come l’Autore delle Confessioni e del De Civitate Dei . In primo luogo, va ricordato che Agostino visse in tempi inquieti, segnati da conflitti e prove non dissimili da quelli che stiamo vivendo: a quanti di fronte al Sacco di Roma compiuto dai Visigoti di Alarico il 24 agosto del 410 accusavano i cristiani della responsabilità del tramonto dell’impero romano, il grande Pensatore della fede non temette di indicare le vere ragioni della crisi. L’impatto esterno dei barbari è per lui un elemento solo concomitante: la profonda causa della crisi della grandezza di Roma è per lui di carattere morale e consiste nell’atteggiamento diffuso – avallato dai vertici e divenuto mentalità comune – di preferire la vanitas alla veritas . I due concetti sono espressione di visioni opposte: la vanità rappresenta la logica dell’apparenza, quel trionfo della maschera che copre interessi esclusivamente egoistici e prospettive di corto metraggio dietro proclamazioni altisonanti. La verità è quella che misura le scelte sui valori etici permanenti e quindi sulla dignità inalienabile dell’essere umano davanti al suo destino temporale ed eterno. Fra le tante, una citazione dal De Civitate Dei può aiutare a comprendere la differenza intesa da Agostino: al mondo «che si dissolve e sprofonda» egli vede opporsi l’opera di Dio, che va radunandosi una famiglia per farne la sua città eterna e gloriosa, fondata «non sul plauso della vanità, ma sul giudizio della verità» (II, 18, 2). Trasferendo al nostro oggi questa opposizione si potrebbe dire che a una civiltà della maschera, che persegue i miti del consumismo esasperato e dell’edonismo rampante, va contrapposta una visione costruita sulla verità e sul primato dei valori a cui a nessuno è lecito sottrarsi. È la visione cui apre la fede in Cristo: «Egli col suo insegnamento di salvezza impedisce la venerazione degli dèi falsi e bugiardi e, respingendo e condannando in virtù della sua autorità divina ogni scandalosa e colpevole cupidigia, sottrae gradatamente ad un mondo, che da ogni parte si dissolve e sprofonda nei vizi, la sua famiglia, costituendo con essa la sua città eterna e gloriosa, non sul consenso della vanità, ma sul giudizio della verità» (II,18,2).
La decisione per Cristo qualifica dunque il tempo e la vita ed apre alla speranza di un compimento ultimo, spezzando il cerchio dell’eterno ritorno dell’identico, tipico della visione dell’uomo arcaico ispirata ai ritmi della natura. Il mondo agli occhi della fede appare retto da un universale disegno di provvidenza, in cui il male mantiene tutta la sua serietà tragica, anche se non può annullare l’armonia garantita dal Signore: «Come il contrasto dei contrari produce la bellezza del discorso, così la bellezza del mondo si compone nel contrasto dei contrari, secondo un certo linguaggio delle cose, più che delle parole» (XI,18). Decidendosi per o contro Cristo si entra o meno a far parte della città di Dio: «Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio fino al disprezzo di sé la città celeste. Quella trova la gloria in sé stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria fra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza… La prima, nei suoi uomini di potere, ama la propria forza; la seconda dice al suo Dio: Ti amo, Signore, mia forza» (XIV, 28). Le due città avanzano mescolate, non senza prove e sofferenze per i giusti: «Così in questo mondo, in questi giorni di iniquità, non solo dal tempo della presenza fisica di Cristo e dei suoi apostoli, ma dallo stesso Abele, il primo giusto ucciso dal fratello empio, e successivamente fino alla fine di questo mondo, la Chiesa avanza nel suo pellegrinare fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio» (XVIII, 51). Il riferimento a Cristo chiama alla vera decisione per la verità contro la vanità: il male è redento dal fatto che il Figlio di Dio, facendo suoi il dolore e la morte, lo ha vinto con l’amore con cui si è offerto per noi. «Egli non aveva bellezza né decoro per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinché tu possa correre amando e amare correndo... Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello» ( In Ioannis Epistulam , IX, 9). In questa varietà e complessità di approcci sta la grandezza di Agostino: al centro del suo pensiero resta l’amore con cui Cristo ci ha amati, quell’amore che trasfigura “l’uomo dei dolori davanti a cui ci si copre la faccia” (Is 53,3) e lo rende “il più bello dei figli degli uomini”. Il crocefisso amore è la bellezza che salva! È a questo amore che il Papa, figlio spirituale di Agostino, sta insistentemente richiamando la Chiesa e il mondo. Lo ha detto a Pompei l’8 maggio scorso con parole ferme e chiarissime: «Nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore». Lo ha ribadito in maniera analoga a Pavia: «Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi. Basta con parole di odio, basta con gli insulti… basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione». Solo l’amore salva e ripara: ritornare all’amore è ritornare a Dio. E ritornare a Dio è costruire la giustizia e la pace. Questa è la vera medicina di cui abbiamo tutti immenso bisogno…
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