Julien Benda e il valore assoluto della democrazia
riscoperte L’intellettuale ebreo francese dopo la guerra ridefini
il concetto da una prospettiva
cristiano-liberale, ancorandolo
ai valori di verità e giustizia
Il contrario dell’entità fragile,
da piegare con la forza,
secondo l’idea dei totalitarismi.

Nell’epoca dell’Illuminismo Nero, cioè di dottrine che considerano la democrazia una macchina lenta e abusivamente egalitaria e la violenza una componente insopprimibile della società (ne ho discusso in “Avvenire” del 7 marzo), è bene, come misura di salvaguardia, tornare a misurarsi coi testi su cui la democrazia si è costruita nel Dopoguerra. Tra questi, uno dei più luminosi e meno noti è Le democrazie alla prova (in originale La Grande épreuve des démocraties, 1945) di Julien Benda. Ha superato da poco gli ottant’anni ma, come altre opere dello stesso autore, merita una rilettura con gli occhi di oggi, data la lucidità profetica con cui interroga le tante fragilità delle democrazie contemporanee.
La stessa biografia di Benda (1867-1956) vale il racconto. Diventato notissimo come autore di Il tradimento dei chierici (1927) – spietato atto di accusa agli intellettuali francesi a cavallo della Prima guerra mondiale, per avere abdicato alla propria indipendenza asservendosi a partiti e ideologie –, compagno di strada del Partito Comunista, durante l’occupazione nazista della Francia fece perdere le sue tracce. Essendo ebreo, sia pur laico, antifascista e incluso nella famigerata Lista Abetz degli autori proibiti, Benda visse nascosto per tutta la durata del regime di Vichy (1940-1944), ma, nonostante il lunghissimo isolamento, il costante pericolo di arresto e l’età avanzata, si mantenne straordinariamente attivo. È nel suo nascondiglio che scrisse Le democrazie alla prova, pubblicato dapprima a New York (dove aveva avventurosamente inviato il manoscritto), poi, a guerra finita, in Europa diventando un punto di riferimento anche in Italia: tradotto da Einaudi nel 1945, il saggio è spesso menzionato negli scritti coevi di Giorgio Colli, Piero Calamandrei e Norberto Bobbio.
Dinanzi alle rovine della guerra, Benda si fa carico di rimontare pezzo a pezzo, con un linguaggio al tempo stesso limpido e ricco di potenti metafore, e da una prospettiva cristiano-liberale, l’edificio della democrazia, di cui cerca di ridefinire lo statuto filosofico e, come dice, «la metafisica». La sua tesi di fondo è che la democrazia non è un mero accidente storico o un pragmatico contratto sociale, ma la massima espressione morale della civiltà umana e del suo desiderio di libertà. Contro i detrattori reazionari e i teorici dei totalitarismi, che dipingevano il sistema democratico come un’invenzione fragile, individualista e borghese, Benda pone una tesi radicale: la democrazia è l’unico regime politico strutturalmente ancorato a «valori assoluti» come «la giustizia, la verità e la ragione»: è «il regno delle coscienze». Mentre i fascismi e i nazionalismi fondano la propria legittimità sul culto dell’irrazionale – la terra, il sangue, la mistica del capo, la fede cieca delle masse –, la democrazia postula l’esistenza di principi accessibili a ognuno in quanto dotato di ragione e coscienza. Essa si appella alla «parte libera» degli umani, mentre altri sistemi si rivolgono a quella che Benda chiama con felice immagine la «parte fatale», determinata dalla biologia. Ne deriva una netta distinzione tra l’ordine della natura, dominato dalla legge del più forte (non per caso Might is right “La forza è diritto” è un motto di Curtis Yarvin, uno dei capifila dell’Illuminismo Nero Usa), e quello della società democratica, che è invece un capolavoro di «artificialità». La democrazia è infatti per Benda un sistema «contro natura» in senso alto: è lo sforzo cosciente dell’umanità di sottrarsi alla forza bruta per assoggettarsi all’imperio della legge e della giustizia. «È la vittoria sulla natura e sulla storia». È egalitaria, è individualista, protegge le libertà. Per questo Benda vede nel modello democratico «un’emanazione dell’idea cristiana applicata alla politica».
Dal rispetto per la libertà deriva che lo stato democratico accetti l’idea di felicità di ogni cittadino, favorendo il libero esercizio delle sue attività. Da esso deriva anche il «desiderio di una morale internazionale e di un organismo capace di garantirla»: questa morale consiste nell’assicurare ai piccoli la stessa inviolabilità dei grandi. In termini geopolitici, ciò significa che lo Stato democratico ripudia «lo spirito di conquista», cioè l’impulso a espandersi a spese di altri; in termini di democrazia interna, riconosce i diritti delle minoranze; in termini personali, favorisce la libertà delle attività disinteressate (arti, scienza, religioni). La morale democratica «crea il suo oggetto e non lo chiede alla natura»: il diritto e le istituzioni non sono, per la democrazia, un derivato della tradizione o del sangue, bensì «un dettato della ragione, un elaborato della coscienza».
Un altro aspetto cruciale del libro è l’analisi che Benda dedica all’«abuso dei principi democratici», i vizi interni da cui le democrazie occidentali erano state portate al collasso degli anni Trenta. Un abuso è la tendenza a scorgere solo i profitti materiali della libertà, «a godere della dilatazione personale che essa permette e a rifiutare le ascesi che essa esige da ogni membro dell’insieme». Questa tendenza, che Benda chiama «imperialismo individuale», induce al rifiuto di ogni autorità in nome dell’arbitrio personale e all’esaltazione dello «spirito di famiglia». Ugualmente pericoloso è l’abuso del diritto di critica dell’autorità. Ma l’abuso più grave è il «fanatismo dell’uguaglianza», che consiste nel volere l’uguaglianza dei cittadini sotto tutti i rapporti, negando ogni sorta di élite «sia reale sia arbitraria». Come si vede da questo cenno, la prospettiva di Benda è lontana dall’orizzonte della democrazia socialista. Perciò, non sorprende che il suffragio universale, in un’Europa in cui questo istituto era ancora poco diffuso, gli sembri un’esasperazione del principio egalitario.
I principi democratici sono «essenzialmente adatti allo stato di pace». Ne deriva che la pace, «essendo l’ambiente in cui possono fiorire quelli che la democrazia considera valori morali, è essa stessa un valore morale». La democrazia ha un’altra proprietà che va d’accordo solo con lo stato di pace: lo «spirito analitico», che tiene separati i poteri (esecutivo e legislativo, civile e militare, temporale e spirituale), mentre i suoi avversari tendono a confonderli. La separazione dei poteri è «segno di uno Stato non disposto alla guerra» e caratterizzato da quel che Benda chiama, con un termine singolare, «statismo», cioè l’intento di restare com’è senza coltivare spirito di conquista. Per contro, la democrazia ha un «diritto di intolleranza» verso chi intende distruggerla, fino a non escludere la guerra. Il riferimento a fascismo e nazismo, arrivati al potere attraverso le elezioni, è evidente.
È facile vedere che il panorama geopolitico di oggi, segnato dal risorgere di populismi, nazionalismi esasperati, sfrenato spirito di conquista e democrazie illiberali, ricalca con impressionante precisione lo scenario evocato da Benda. L’era della post-verità e della forza come legge suprema è l’esatta antitesi della razionalità, della coscienza e dell’ascesi (un termine teologico che Benda trasferisce alla politica) che lo Stato democratico esige dai cittadini. La democrazia non è un «corpo celeste», ma «una cosa terrestre» costantemente «alla prova». La sua vulnerabilità è intrinseca, poiché concede anche a chi vorrebbe distruggerla il diritto di esprimere il proprio dissenso. La democrazia, ci dice questo saggio profetico, non si ottiene per eredità biologica: si sceglie, si coltiva e, soprattutto, si difende dalle sue stesse derive. Se l’edificio trema sotto i colpi dei nuovi autoritarismi, la soluzione non è demolirlo per regredire alla legge della giungla, ma tornare a studiarne le fondamenta.
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