Bernard-Henri Lévy: «I sistemi liberi sono nati già fragili»
Il filosofo, ospite a Taormina di Taobuk, riflette sul male, sulla sua origine, sulla guerra e sul presente come un’epoca in cui la democrazia è fragile

Bernard-Henri Lévy è filosofo, scrittore, reporter e intellettuale. Da anni attraversa il dibattito pubblico interrogando il nostro tempo e, a Taobuk, lo abbiamo incontrato per dialogare di crisi delle democrazie, ritorno della guerra nel cuore dell’Europa, perdita di fiducia e distinzione tra bene e male. Di fronte alla crescita dei nazionalismi, alla disinformazione e al riemergere dell’antisemitismo, Lévy sostiene che dobbiamo continuare a interrogarci sul rapporto tra responsabilità individuale, memoria storica e destino europeo, perché le idee hanno conseguenze e la libertà deve essere difesa anche quando appare fragile.Il tema di Taobuk quest’anno è la fiducia.
Lei in cosa sceglie di avere fiducia in questo momento?
«Il problema della nostra epoca è che la maggior parte delle persone ha perduto fiducia in tutto. Questa è la malattia della nostra epoca: la perdita di fiducia. Le persone non hanno più fiducia nella democrazia, non hanno più fiducia nei loro valori, non hanno più fiducia nell’Europa, nella società, nei rapporti tra gli uomini. Non hanno più fiducia nella differenza tra il bene e il male. C’è una sorta di depressione della fiducia, un crollo della fiducia. Per me è uno dei fenomeni maggiori del nostro tempo, ma io ho fiducia nell’avvenire, nella verità, nella democrazia».
Ha citato il bene e il male. Perché nella letteratura, come nel cinema e nella vita, il male sembra sempre attrarre più del bene?
«Non credo che il male attragga. Non credo che il male sia così attraente. Credo che la letteratura esplori il male, e questa è un’altra cosa. Credo che, da Georges Bataille in poi, questo sia il ruolo della letteratura: capire come funziona il male. Perché le persone a volte vengono sedotte dal male. Perché abbracciano il male come se fosse il bene. Questo è il grande enigma dell’umanità, e la letteratura aiuta ad andare in fondo all’enigma».
Anche la filosofia esplora il male?
«Tutta la storia della filosofia è la storia di un occultamento del male. C’è chi diceva che il male fosse un’illusione. Altri che fosse una tappa verso il bene. Altri ancora che fosse come una pennellata in un quadro, necessaria perché il bene apparisse più brillante. Tutta la storia della filosofia classica si può riassumere così, con astuzie per evitare la questione del male. Ed è anche la storia della teologia. Per quello che mi riguarda, da cinquant’anni tento un solo gesto filosofico. Ed è già molto. Il mio gesto è l’opposto di quello che ho appena descritto: prendere seriamente la questione del male. Cercare di vedere la radicalità e la positività del male. Positività non significa che il male sia positivo, evidentemente. Significa che ha una consistenza, una realtà. Non è semplicemente l’ombra del bene. Ci sono persone che fanno il male per il male. Non lo fanno per errore. Non lo fanno pensando di fare il bene. Fanno il male sapendo che si tratta del male. Il mio gesto filosofico, da decenni, è cercare di capire tutto questo».
Lei ha dedicato gran parte della vita alla difesa della democrazia. Quando ha capito che quella che sembrava una conquista irreversibile stava tornando a essere fragile?
«La democrazia è fragile dal primo giorno. Se si vogliono dei regimi solidi, si prendano dei regimi autoritari. Le democrazie sono fragili. I regimi totalitari sembrano solidi, ma finiscono sempre per crollare di colpo. Prima che ciò avvenga, però, hanno solidità. La democrazia, invece, è fragile in ogni momento. Costruire una società a partire dall’idea che ognuno possa esprimersi, che ognuno possa seguire il proprio desiderio o il proprio interesse, e che tutto ciò riesca comunque a produrre una società, è una scommessa magnifica e un po’ folle. Ed è di una fragilità estrema. La democrazia ha questa caratteristica: si mette continuamente in discussione. Quindi la fragilità non è di oggi. È originaria. Ci sono però momenti in cui la crisi della democrazia è più grave».
Per esempio oggi?
«Oggi viviamo un momento di crisi acuta della democrazia».
Oggi alcuni leader fondano proprio il loro potere facendo leva sulla paura e la rabbia dei cittadini.
«Nel pensiero greco antico c’era l’idea che i leader fossero come pastori. Lo troviamo nella politica di Platone. Qual è il ruolo del pastore? Rassicurare quando si ha paura. Calmare quando si è eccitati. Non andare nella direzione delle passioni collettive. I Greci sapevano che il modo in cui oggi si comporta Trump è il suicidio del gruppo. Sapevano che si tratta di una leadership suicida».
Lo storico Zeev Sternhell sosteneva che l’antisemitismo moderno fosse nato nel cuore della cultura politica francese e non in Germania. Oggi come interpreta il ritorno dell’antisemitismo in Europa?
«Penso che il nuovo antisemitismo sia oggi dappertutto: in Francia, in Italia, in Spagna. Però penso che la grande ondata di antisemitismo si stia preparando negli Stati Uniti. La congiunzione dell’estrema destra e dell’estrema sinistra produce quella che definisco una “bomba atomica morale”: l’antisemitismo di massa. La fabbrica oggi è negli Stati Uniti. È stata in Francia, è vero. L’ho scritto nel 1981 in L’Idéologie française. Cinquant’anni dopo, penso che il laboratorio sia negli Stati Uniti».
Che cosa le hanno insegnato i conflitti sull’essere umano?
«Mi hanno insegnato ciò che avevo già letto in Freud. La civiltà è una pellicola molto sottile. Una vernice molto sottile sopra una barbarie molto spessa e molto profonda che minaccia sempre di riemergere. Questo l’ho visto con i miei occhi. L’ho visto in Paesi poveri che pensano, a torto, di non avere nulla da perdere. Ma l’ho visto anche in Paesi di alta cultura. Per esempio, in questo momento con la guerra in Ucraina. Da quattro anni passo una grande parte del mio tempo in Ucraina. Ho realizzato quattro documentari sul fronte. Sono stato testimone di una barbarie assoluta e una crudeltà folle da parte dell’esercito russo. E allo stesso tempo so che il popolo russo è un grande popolo. Che la civiltà russa è una grande civiltà. Che la cultura e la letteratura russe sono immense. Però la Russia non protesta contro Putin. Sono quattro anni che aspettiamo che le coscienze si rivoltino in Russia. E questo non accade».
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