Cavestri fa volare il jazz sulla rete

Dialogare al pianoforte con se stessi, così la tecnologia amplifica l’ispirazione del pianista italiano: «La mia musica è un linguaggio aperto a mondi diversi»
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June 22, 2026
Cavestri fa volare il jazz sulla rete
Francesco Cavestri
Asoli ventidue anni Francesco Cavestri è già una delle personalità più interessanti emerse dalla nuova scena italiana del jazz, ma non solo. Pianista, compositore e divulgatore musicale, dopo il diploma con il massimo dei voti al Conservatorio di Bologna e le esperienze di studio negli Stati Uniti ha costruito un percorso che lo ha portato dai principali festival e jazz club del nostro Paese a una dimensione sempre più internazionale. Non a caso, nel 2025 è stato inserito da Forbes Italia tra i “Top 100 Under 30” e, dallo scorso anno, è entrato a far parte del prestigioso roster degli Steinway Artists. Il suo nuovo album, NOÈ (Universal Music Italia), conferma la volontà di esplorare territori musicali aperti e trasversali, in cui jazz contemporaneo, elettronica, scrittura pianistica e ricerca timbrica si intrecciano in modo naturale. Attraverso dieci brani, Cavestri costruisce una trama sonora che alterna energia e raccoglimento, dimensione acustica e digitale.
Perché ha scelto proprio la figura di Noè come simbolo del suo nuovo album?
«Mi piace pensare al disco come a una sorta di arca musicale. Così come nell’Arca di Noè convivono specie differenti, anche qui sono affiancate influenze, estetiche e sensibilità molto diverse. Credo che oggi la ricchezza nasca proprio dall’incontro tra ciò che è apparentemente distante. Vale nella società come anche nella musica».
In che modo questa idea si traduce concretamente nei brani?
«Attraverso una grande varietà di organici e di approcci compositivi. Nell’album ci sono brani per pianoforte solo, composizioni in trio jazz, pagine caratterizzate da una presenza importante dell’elettronica e persino un lavoro registrato con la Budapest Scoring Orchestra. Tutti questi mondi trovano spazio all’interno dello stesso progetto. Per me il jazz è proprio questo: un linguaggio aperto, in continua trasformazione, capace di accogliere influenze diverse senza perdere la propria identità».
Tutti i brani sono originali. Come nasce il suo processo creativo?
«Generalmente seguo due strade. La prima è quella più tradizionale: mi siedo al mio strumento e comincio a lavorare su melodie, armonie e sviluppi tematici. La seconda nasce invece lontano dal piano. In quel caso parto da sintetizzatori, campionamenti, texture elettroniche o elementi ritmici. Sono due percorsi molto diversi che spesso finiscono per incontrarsi. Mi piace che una composizione possa nascere sia da un’idea pianistica sia da una suggestione sonora costruita attraverso la tecnologia».
Il rapporto con l’innovazione sembra occupare uno spazio importante nel suo lavoro.
«Lo occupa da sempre. Non sostituisce l’ispirazione, ma può amplificarla».
Cosa ci racconta della tecnologia SpirioCast di Steinway?
«Si tratta di un sistema che permette al pianoforte di registrare, riprodurre e trasmettere in tempo reale una performance, offrendo possibilità creative completamente nuove. In alcune esibizioni ho registrato diverse parti pianistiche e poi ho suonato dal vivo dialogando… con me stesso, a quattro mani. È una sorta di dono dell’ubiquità musicale, che consente di immaginare nuove forme di diffusione e condivisione della musica».
Qual è l’aspetto che la colpisce maggiormente di questa tecnologia?
«La capacità di riprodurre in modo estremamente fedele il tocco del pianista. Non vengono trasmesse soltanto le note, ma anche le sfumature dinamiche, l’intensità dell’esecuzione, il “peso” delle dita: ogni singolo tasto ha 1.500 rilevazioni di sensibilità diverse, il che lo rende quasi più preciso del pianista stesso nel registrare l’intensità del tocco. È una tecnologia che apre prospettive molto interessanti anche sul piano compositivo».
L’ha già utilizzata dal vivo?
«Il 3 ottobre scorso ho tenuto un concerto a Milano; in contemporanea, durante un evento a Londra, un altro pianoforte Spirio replicava in diretta, nota per nota, esattamente quello che stavo suonando io. Era un collegamento privato acustico, senza casse o amplificatori: i tasti dello strumento a Londra si abbassavano da soli riproducendo il mio tocco. A febbraio, poi, abbiamo alzato ulteriormente il tiro. A Stoccolma ho fatto un intero concerto di un’ora davanti al pubblico svedese e, grazie alla rete, tutti i pianoforti Spirio del mondo – sia negli showroom sia nei salotti dei privati che ne possiedono uno – hanno ricevuto una notifica e hanno potuto riprodurre il concerto dal vivo, con lo streaming video e i tasti che si muovevano da soli».
Ci sono altri appuntamenti in vista in cui utilizzerà questo sistema?
«Il prossimo sarà a Bologna, in occasione del “We Make Future Festival”, un evento molto importante che mette in dialogo tecnologia, innovazione e creatività. Il 24 giugno terrò un panel con Steinway in cui mostreremo il sistema Spirio e discuteremo del rapporto tra intelligenza artificiale e musica, analizzando come un artista possa confrontarsi con tecnologie che evolvono continuamente senza smarrire la propria sensibilità artistica. Il giorno successivo, il 25 giugno, terrò invece un concerto interamente dedicato ai miei brani originali, sempre sfruttando le potenzialità di questo straordinario pianoforte».
In mezzo a tutta questa innovazione, la musica del passato può ancora parlare al presente?
«Negli ultimi anni ho riscoperto con particolare intensità autori come Mahler e Čajkovskij, ma anche Bach ha avuto un ruolo importante nel mio modo di pensare la musica: studiando alcuni suoi Preludi mi sono reso conto che molte strutture armoniche potrebbero funzionare perfettamente come base per l’improvvisazione jazzistica, come fossero veri e propri standard. Le grandi idee musicali sono senza tempo. Quello che cambia è il linguaggio attraverso cui vengono reinterpretate. Nel mio lavoro cerco proprio questo: partire da suggestioni provenienti da mondi diversi e riportarle all’interno di una sensibilità contemporanea. Non per imitare il passato, ma per costruire qualcosa di nuovo a partire da ciò che ci ha preceduto».

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