Promessi Sposi
Rileggere I Promessi Sposi è ritrovare speranza, ma anche scoprire il don Abbondio che abita in noi: quello che, per paura, chiede solo di non essere coinvolto.

Torno dopo tantissimi anni ai Promessi Sposi. Stupito mi lascio portare all’interno di un miracolo letterario. Ogni capitolo mi apre riflessioni, pensieri, possibilità di commento: preghiere, ogni personaggio è complesso, affascinante. Riaffiorano vaghi ricordi delle scuole superiori, mi sembra ancora di sentire la voce della mia professoressa di lettere, primissimi anni Novanta, scuola tecnica, che ci chiedeva di dividere in sequenze il capitolo. Me lo ricordo bene: macro e micro. Ne usciva un testo spezzettato, frantumato, scene cinematografiche. Son passati quasi quarant’anni e il testo che viene a prendermi oggi è intero: un pezzo unico, sono io a essermi frammentato, nel frattempo, in tante vite, in tante scelte, sono io ad aver interpretato più ruoli, ad aver amato, sbagliato, ad aver fatto i conti con l’arroganza del potere subita e su quella agita, ad aver vissuto, insomma, tra promesse e delusioni tenute insieme della Divina Provvidenza. Leggere il testo immortale del Manzoni mi regala Speranza.
Le città e i paesi del ramo del lago di Como, i tumulti e i sotterfugi, le guerre e le conversioni, i poveri e i ricchi, e la politica così diversa e così uguale a oggi, insomma tutto quel narrare, tutta quella fede, tutta quella bellezza, sono un regalo. Nessuna città è così bassa da non poter essere visitata da Dio. Ogni città, ogni cuore, può schiudersi all’Alto. Ma c’è un’altra cosa che mi accade e che mi fa pensare, molto. Un uomo che ricordavo legato solo al suo timoroso rifiuto: don Abbondio. Relegato sempre, nella mia testa, all’incontro con i bravi, non ricordavo il suo apparire nei capitoli successivi. Soprattutto nel ventitreesimo. Il maestoso racconto della conversione dell’innominato. Chiedo perdono alla mia professoressa delle superiori: non ricordavo alcune sequenze (fondamentali)!
Quelle appena seguenti l’incontro con il cardinal Federigo. L’innominato è convertito e don Abbondio lo sta accompagnando da Lucia, a cavallo, e intanto pensa. E quello che pensa è per me un colpo al cuore perché sono le stesse cose su cui stavo riflettendo io qualche paragrafo prima. Don Abbondio esce dal testo e si siede nel mio essere più profondo per ricordarmi che c’è un Abbondio in me, per dirmi che ogni volta che ragiono come lui io contribuisco a mantenere piccole e basse le città.
Che come lui posso arrivare a occludere il flusso della misericordia. A oscurare il volto di Dio. Non dice niente di terribile don Abbondio, provate a rileggere il brano, ma quello che dice (Manzoni è inarrivabile) ha il potere di sabotare la vita. Don Abbondio ha paura, certo, ma una paura che non fa altro che richiamarlo ad una presunta meritata tranquillità. Il Manzoni lo tratteggia esplicitamente come il figlio maggiore della parabola evangelica, don Abbondio si sente l’ubbidiente incompreso, quello che non ha mai dato fastidio.
L’autore esplicita anche i suoi pensieri. Dubbiosi rispetto alla conversione del malvivente e alla rapidità di tale scelta. Pensieri da vittima sacrificale che si sente costretto a correre rischi che non vuole, pensieri che cercano la colpevole (Perpetua), pensieri che giudicano gli atteggiamenti dell’innominato, pensieri che credono di sapere e di vedere una verità che l’ingenuità del cardinale ignora, pensieri per la sua incolumità (la paura di cader da cavallo). Pensieri contro “i santi” e contro “i birboni” che non si accontentano di una vita nascosta e umile (come la sua) ma che vivono sempre sopra le righe, nel bene e nel male. Che mettono il mondo sottosopra con il male e ora lo mettono sottosopra con la (presunta) conversione. Parole, quelle di don Abbondio che sembrano addirittura “giuste”: la penitenza si fa in segreto, è pericoloso fidarsi senza rassicurazioni, il cardinale dovrebbe aver cura dei suoi preti invece di esporli al rischio di andare con un malvivente. E ancor più sottilmente: il malvivente usa il santo per ripulirsi e il santo (il cardinale) usa il malvivente per mostrarsi ancora più santo.
Insomma rileggetevi il capolavoro del Manzoni ma fatelo lasciando entrare i personaggi, lasciando che riemerga anche il don Abbondio che è in noi, quello che dice “mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirami per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’essere lasciato vivere!”. Ecco, una città rimane bassa quando il don Abbondio che è in noi chiede di non essere coinvolto, di essere lasciato in pace. Un don Abbondio che trova sempre mille giustificazioni per non fidarsi di Dio, per non lasciar correre la vita, per opporre buon senso all’insensato ma vitale movimento del provvidente Amore.
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