Città basse e Alte montagne

Sorride ancora, lascia la presa, anche quella del fucile, lascia tornare a casa loro i briganti e decide che lui no, lui rimarrà come custode nella casa tra le montagne che tanto ama
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July 20, 2026
Città basse e Alte montagne
Mentre rileggo le pagine di una lettera colma di risentimento non posso non pensare a “Barnabo delle montagne”, di Dino Buzzati, che ho appena riletto. Le parole di questa donna (che non conosco) sono colme di dolore e di rabbia contro il mondo. Ha le sue ragioni, non è stata aiutata, ma sta vivendo male. Io accolgo i suoi dolori con impotenza e rispetto, provo a forzare le piegature che ha inflitto alle sue espressioni, il suo risentimento ha sigillato con forza il suo scrivere, tento di declinare in domanda d’aiuto inespressa quell’attacco spietato contro il mondo. Contro tutto e tutti, perché quando ti senti vittima i proiettili te li aspetti da chiunque.
Intanto ripenso a Barnabo, questo giovane guardiaboschi descritto da Buzzati, uomo che per non essere stato all’altezza della situazione, come spesso accade nella vita, perde tutto. Perde la montagna, il lavoro, la faccia. E inizia ad attendere, con ferocia e disperata tenerezza, il giorno del riscatto. Vendetta che si compirà quando finalmente potrà tornare in montagna e sparare ai briganti e riprendersi il posto che gli spetta nel mondo. Che è quello di essere riconosciuto dagli altri. In fondo è questo che anche l’amica della lettera vuole.
Una vendetta contro coloro che le hanno rovinato la vita. Un risarcimento. Le pagine di Buzzati spingono verso un finale liberatorio, quello che attente la donna arrabbiata della lettera. Li immagino insieme, lei e Barnabo, abbandonare la città di pianura e salire verso la montagna, appostarsi, e mirare al nemico. Poi però accade qualcosa, “molte cose sono cambiate” pensa Barnabo e il narratore continua “adesso nel grande silenzio il suo sguardo si fissa alle vette che si innalzano vertiginose”. Dalla città bassa dei nostri risentimenti ecco l’altezza della Montagna. Barnabo cerca di prepararsi alla sua vendetta, al grilletto da premere, prefigurandosi il meritato finale: tornerà dagli stessi guardiaboschi che l’avevano licenziato e loro, proprio loro, gli faranno festa. Lo reintegreranno nel gruppo delle persone che ce l’hanno fatta! Immagino l’autrice della mia lettera appostata con lui, la immagino immaginare le scuse di chi non le ha mai perdonato un errore di gioventù. Basta sparare al nemico.
Ma è così? Barnabo vede i nemici, sono a portata, per convincersi ricorda il male che quelle persone hanno compiuto. Pensa a come rotoleranno dal monte i loro cadaveri. Ma intanto c’è stato anche il tempo, che è trascorso. E in montagna lo si può quasi vedere questo tempo che, imperterrito, relativizza tutto di noi.
Barnabo pensa che quel tempo gli ha spento il desiderio di vendetta. Il tempo e l’altezza delle montagne. Barnabo non spara. Li lascia andare i briganti. E sorride. Silenzio. Solo il ronzio di una mosca di montagna. Se da giovane non aveva sparato per paura ora non spara per altro motivo. Sorride ancora, lascia la presa, anche quella del fucile, lascia tornare a casa loro i briganti e decide che lui no, lui rimarrà come custode nella casa tra le montagne che tanto ama. Nessuna vendetta quindi. Tutto il grumo di un passato complesso e doloroso affidato all’Alto. Cerco tra le pagine lo sguardo della donna della mia lettera, starà ammirando la libera felicità di Barnabo? Vorrei che riponesse il fucile. Lo vorrei per lei. I briganti, forse, non sono i veri nemici. Francesco, un caro amico dall’Ecuador, molto legato a questo romanzo mi scrive: “Credo che sia una riconciliazione di Barnabo con la Creazione. Un, finalmente, sentirsi ed ancora più riconoscersi, quindi essere, parte di un qualcosa che lo riporta a riconoscere sé stessi in quel qualcosa. E quindi, in un Qualcuno”. Lo ringrazio, vorrei avere accanto a me questo mio amico, e quella donna arrabbiata, e Barnabo e con loro uscire fuori, all’aperto, quando la notte scende e le lucciole danzano. “…e si avvicina alla soglia. Fuori c’è il grande silenzio e una pallida luce nel cielo tutto coperto. Le montagne sono nascoste ma si sentono vicine. Sono immobili e solitarie. Sprofondate nelle nubi”

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