Città assediata, Salmo 3
Ti chiedo di non lasciarmi da solo nelle mani dei nemici che mi porto dentro e che rischiano di rendere la mia vita un inferno. Custodiscili.

“Signore, quanti sono i miei avversari! Molti contro di me insorgono”. Il Salmo 3 spinge contro il muro delle nostre false illusioni: vivere su questa terra non è indolore, qualcuno ci è nemico. Sorrido amaramente all’ingenuità di quando pensavo che con il mio sacrificio avrei evitato conflitti, a quando speravo che con la mia sacra dedizione al ruolo sacerdotale sarei stato solo amato. Pericolosissime follie. Come quella di illudermi che io non sarei mai stato il nemico di nessuno! Il Salmo inizia invece con questa sorta di accerchiamento della città che sono: non alta, non bassa, ma assediata.
“Senza numero sono, e tutti a dire: «più nemmeno il suo Dio lo salva»”. Sono tantissimi; esercizio di umiltà è provare a elencarli, a ricordare i volti di chi ho sentito opprimente per la mia libertà, per il mio desiderio di realizzazione. Di quelli che mi hanno attaccato senza voler considerare le mie buone intenzioni. Non voglio condannare, non voglio difendermi, voglio solo ricordare. Nemici da fuori, nemici da dentro. Sono tantissimi. Quelli che io stesso ho mosso contro di me, quelli che hanno boicottato i miei sogni. E poi brandiscono quella frase terribile e appuntita: «più nemmeno il suo Dio lo salva». Questa è la vera radice di ogni mio dolore: quando un nemico svelava la mia ipocrisia. Quando qualcuno ironizzava sulla distanza tra le parole e le azioni, tra gli ideali e la prassi. Alzare bastioni, difendersi a oltranza, contrattaccare: questo facevo. Cercare alleati, diabolicamente. E poi usare la mia idea, il mio modo di intendere Dio, per proteggermi: “Ma tu sei mio scudo, Signore”.
Ma Dio, davanti ai nemici, non è stato solo scudo: “sei la mia gloria e tieni alta la mia testa”. Il resto del salmo è un affidamento totale dell’orante nelle mani del Signore che “risponde dalla sua santa montagna”, che sostiene, sorge e salva. Un Signore che “spezza i denti dei malvagi”.
Ma io stamattina, nella preghiera, mi fermo prima. E so che rischio di forzare il significato delle parole bibliche, ma proprio non riesco a proseguire la lettura: mi sono arenato tra le mani di quel Signore che, mentre mi fa da scudo, insieme alla sua protezione mi tiene alta la testa. Cioè mi chiede di guardare, di mostrare la mia faccia, di non nascondermi. Non è solo il gesto di un Dio che risolleva, nel mio cuore è atto di coraggio più che di orgoglio: mostrare il volto ai nemici, mostrarlo a chi ha smascherato che il mio Dio, cioè il mio modo di credere, non era immacolato. E mi costa tantissimo. Faccio fatica a guardare negli occhi i miei nemici, vorrei allontanarmi, fuggire; faccio fatica perché in loro vedo lo sgretolarsi della mia presunta perfezione. No, non hanno solo torto. Se sono onesto e ripercorro i loro volti e le loro parole, se ricordo il dolore che mi hanno provocato con certe loro scelte, non posso dire che avevano solo torto. Hanno svelato parti di me che volevo tenere celate, perché avrei voluto apparire perfetto. Per questo forse dovrei imparare ad amare i miei nemici.
Il Signore stamattina mi tiene gli occhi aperti, il viso puntato su chi vorrei solo dimenticare. Io guardo, soffro e, in alcuni casi, sono sicuro che quello che mi hanno fatto non è stato giusto per niente: non posso giustificare tutto. Però, dopo che i loro attacchi mi hanno fatto perdere la faccia, dopo che mi hanno involontariamente spinto fuori da un delirio di perfezione, dopo che mi hanno sanamente umiliato, io posso arrivare a ringraziarli. Molti sono i miei avversari, Signore, per fortuna. Sono stati e saranno una benedizione. Ti chiedo di non lasciarmi da solo nelle loro mani, specialmente in quelle dei nemici che mi porto dentro e che rischiano di rendere la mia vita un inferno, ma non ti chiedo di eliminarli. Custodiscili. E fai che io impari a ringraziarli.
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