Capo coperto
Una parola ferisce, ma Davide insegna a non rispondere con la stessa violenza: anche il dolore può diventare preghiera

“Ti insegno io a fare il parroco!” La frase acida e appuntita mi colpisce, apre antiche ferite, quelle che ci si illude di aver cicatrizzato. Mi irrigidisco; cupo, tento di diluire l’amarezza isolandomi in silenzio prima di celebrare la Messa. Non passa. Rimango sospeso tra amarezza e senso di inadeguatezza. Per fortuna oggi, che è domenica, non mangerò da solo: Damiano, un amico, uno dei pochissimi, è venuto a trovarmi. Ieri abbiamo parlato e faticato insieme, regalandoci qualche salita in bicicletta nei dintorni. Si chiama amicizia. L’ho attesa una vita. E la vita, l’amicizia, in parte, la salva. Parlarne con lui, condividere non tanto la normale incomprensione che la vita offre, ma la mia reazione, quella profonda, quella da educare, mi aiuta molto.
Poi arriva il lunedì. Rimango di nuovo da solo. Pregando la Liturgia delle Ore un’altra provocazione mi raggiunge. Non voglio trarre indebite conclusioni o forzare legami. Non sono certo il re Davide di biblica memoria: lascio solo che la Scrittura si depositi in me. E la condivido con voi. Sono versetti tratti dal Secondo libro di Samuele. Il re Davide, maestosa la sua storia tra Dio e gli uomini, tra amici e nemici, tra cadute e resurrezioni, sta fuggendo da Assalonne, e la descrizione biblica è toccante: “Davide saliva l’erta degli Ulivi; saliva piangendo e camminava con il capo coperto e a piedi scalzi; tutta la gente che era con lui aveva il capo coperto e, salendo, piangeva”. La città per Davide, in quel momento, non è più alta: è inospitale; per questo fugge e piange. A capo coperto. Il suo cammino doloroso simboleggia un dolore complesso: tradimenti familiari, rapporti con Dio, santità e peccato, preghiere e sangue, amore e morte; davvero il groviglio misterioso e complesso delle vite dei santi. In quel frangente, nel cuore di quella dolente processione, si avvicina “Simei, figlio di Ghera. Egli usciva imprecando e gettava sassi contro Davide e contro tutti i ministri del re Davide, mentre tutto il popolo e tutti i prodi stavano alla destra e alla sinistra del re. Simei, maledicendo Davide, diceva: «Vattene, vattene, sanguinario, scellerato! Il Signore ha fatto ricadere sul tuo capo tutto il sangue della casa di Saul, al posto del quale regni; il Signore ha messo il regno nelle mani di Assalonne tuo figlio ed eccoti nella sventura che hai meritato, perché sei un sanguinario»”.
I servi del re Davide reagiscono con prontezza: «Perché questo cane morto dovrà maledire il re mio signore? Lascia che io vada e gli tagli la testa!» È la reazione immediata di chi, sentendosi ingiustamente attaccato, cerca soluzioni radicali. L’orgoglio, l’istinto che si muove in noi: nessuna spada, ma parole affilate, taglienti, capaci di trapassare chi osa attaccare la nostra immagine. Davide, invece, no. “Davide disse ad Abisai e a tutti i suoi ministri: «Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita! Quanto più ora questo Beniaminita! Lasciate che maledica, poiché glielo ha ordinato il Signore. Forse il Signore guarderà la mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi». Davide e la sua gente continuarono il cammino e Simei camminava sul fianco del monte, parallelamente a Davide, e, cammin facendo, imprecava contro di lui, gli tirava sassi e gli lanciava polvere”.
Siamo tutti Davide, santi e colpevoli. A volte la vita ci mette accanto amici e nemici che ci gettano in faccia la loro verità. Lo fa chi ci ama, lo fa chi non ci sopporta, in modo diverso: il prezzo dei legami è saper reggere l’urto del confronto. Va benissimo così. Occorre crescere e imparare. Ma c’è una cosa che in pochi fanno: saper rileggere la storia, la nostra storia, anche quella minima, come fa Davide, riconducendola al Signore. Nessuna giustificazione, nessun tentativo di difesa, niente di niente. Si lascia che la vita ci colpisca, come noi spesso abbiamo colpito altri, ma senza nessun tono sacrificale. Ci si lascia ferire cercando di trasfigurare anche quel momento in preghiera. E, alla fine, si ringrazia.
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