Eletti per gli altri

Essere eletti significa vivere per gli altri, non rivendicare privilegi
Google preferred source
August 17, 2026
Eletti per gli altri
ANZIANI PERSONE ANZIANE RSA RSSA CASA DI RIPOSO CONTATTO CONTATTI MANI
“Il concetto di elezione costituisce un’estrema difficoltà per l’uomo moderno ed è, a mio avviso, una delle motivazioni dell’antisemitismo: non si ammette che il Signore possa scegliere alcuni in favore di altri. Mentre l’illuminismo razionale vuole l’uguaglianza di tutti e rifiuta le differenze, la storia è fatta della scelta di alcuni per altri; non privilegio chiuso, ma dono aperto che, se non è riconosciuto, genera invidia”. Inciampo quasi per caso in questa frase del cardinal Carlo Maria Martini; la trovo in un libro del 2004, un corso di esercizi spirituali a partire dai brani della Trasfigurazione. Nasce in un certo contesto, nasce nel grembo di una riflessione biblica, nasce in un tempo ormai lontano ma, confesso, vorrei non averla mai letta.
È una frase spinosa, pericolosissima; mi espone quasi sicuramente a un ginepraio di fraintendimenti. In nome del concetto di “elezione divina”, a distanza di anni dall’affermazione del Cardinale, scorre sangue, tantissimo sangue, e non è certo solo questione di antisemitismo. Cosa posso dire io, da qui? Non sono preparato, non ho le competenze, vorrei poter rimanere a distanza da qualsiasi lettura politica, ideologica, identitaria. Non è questo lo spazio per un confronto del genere.
Eppure quella frase non mi lascia in pace: e non per le vicende del popolo eletto, non immediatamente per quello, ma perché dalle città degli uomini, dalle città vicine, da quelle degli amici, quelle in cui vivo, in questi ultimi mesi, mi sono arrivate tantissime provocazioni che andavano esattamente nella direzione di chi sente il dolore di non sentirsi eletto o, al contrario, di chi brandisce con sicurezza una sua presunta elezione. Frammenti di vita apparentemente distanti, provenienti da mondi opposti, che, in fondo, lottavano per diritti che entrambi consideravano sacrosanti. Per esempio, diritti legati a scelte in campo morale che si pretende vengano benedette dall’istituzione Chiesa o, dall’altra parte, la pretesa, incarnata da alcune giovani figure sacerdotali, di assumere atteggiamenti principeschi proprio in virtù di un’elezione divina. Solo per fare due esempi contrapposti. Io mi perdo in tutto questo.
Non c’è più in me la minima traccia di condanna: sento legittime le istanze di tutti ma, soprattutto, provo sempre a sintonizzarmi sulla sofferenza che l’umano prova. Perché poi, alla fine, ognuno reagisce alla vita come può. Provo a stare accanto a questa umanità che pretende di essere riconosciuta e ne sento tutta la fragilità, tutta la paura, tutto il legittimo bisogno. Capisco l’importanza di essere visti, capisco la solitudine e il bisogno di trovare uno spazio nel mondo. Capisco che, senza un’elezione, la vita fa paura: paura di aver sbagliato a interpretarla.
Capisco anche che, in tempo di relativismo, opporre con apparente sicurezza la chiarezza dei tempi andati possa sembrare utile e giusto. Davvero comprendo tutto e, soprattutto, prima di scrivere queste righe, mi soffermo sulle mie paure, sul mio eterno bisogno di essere riconosciuto ed “eletto”, sul male che ho fatto anche io quando ho imposto a chi mi stava accanto interpretazioni personali della realtà solo in virtù di un sentirmi scelto dal Signore. Ma proprio per il male lasciato in scia dal mio passaggio, soprattutto quando rivestivo ruoli più istituzionali, chiedendo perdono per ciò che non avevo compreso, posso dire con certezza che le nostre città diventeranno Alte, cioè divine, quando comprenderemo che essere eletti dal Signore, chiamati da lui, significa vivere “in favore di altri”. Questa è l’unica elezione che mi sembra degna di nota. Elezione di popolo, di Chiesa, di singolo.
È vero che l’elezione non riconosciuta genera invidia ma, spesso, genera anche rabbia, se questa è declinata in duro esercizio di potere. Così ripenso a Giona. Chiamato, eletto dal Signore a essere profeta e, proprio per questo, in fuga. Penso alle resistenze opposte a Dio dalle persone elette dalla sua chiamata, al tentativo di sottrarsi di tanti di loro; penso ancora alla dolorosa e santa “minorità” di san Francesco, e mi viene da pensare che le nostre città non saranno salvate da chi cerca soltanto il riconoscimento di sé, né da chi brandisce la propria chiamata come un potere, ma da chi saprà declinare ogni diritto e ogni vocazione in responsabilità verso gli altri. In chi ne sente il rischio e la pesantezza. Non sto chiaramente dicendo che non occorra lottare per i diritti, al contrario, voglio solo dire che quella lotta può diventare davvero evangelica solo se interpretata con la logica del martirio personale. Il Signore elegge gli uomini a essere come lui. Cioè a scegliere di morire per i nemici. Terribile e meraviglioso paradosso della vita cristiana. Questa è l’unica elezione che considero divina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire