Resistenza
La storia di Marietì, 98 anni, diventa un insegnamento: dopo una vita segnata da guerra, lutti e fatica, ha scelto di prendersi cura del suo paese, in silenzio

Tra poche ore celebrerò il funerale di Marietì. Novantotto anni. E mancherà tantissimo. Una delle ultime sentinelle di un incantevole borgo di montagna. Ieri sera i parenti mi raccontavano di una vita dolorosa e magnifica. Di quando, come lei ricordava, salita in cima al campanile del paese per ammirare dall’alto una nevicata, vide arrivare una pattuglia di tedeschi e diede l’allarme. O di come aiutò un partigiano a salvarsi. Una vita fatta però anche di dolore: gravi lutti, fatica. Non è stata per nulla una vita facile, la sua. Eventi che avrebbero potuto spaccarle il cuore e indurirle l’anima.
Io ho incrociato la Marietì solo in questi ultimi anni; non so nulla del suo passato, ma so una cosa che mi ha colpito moltissimo. Una vita così estrema e dura avrebbe potuto rinchiuderla in se stessa. Avrebbe avuto tutti gli alibi per alzare muri e chiedere a Dio il perché di tanto dolore. Invece. Invece, per anni, la Marietì ha scelto di fare una cosa piccola e fedele: si è presa cura del suo pezzo di mondo. Fino alla fine dei suoi giorni aveva ramazza e paletta in mano e teneva pulito e in ordine il paese che abitava. Strade che, specialmente d’inverno, erano praticamente disabitate. Ma lei c’era e, anche se nessuno la vedeva, puliva.
Poi curava i fiori, dava da mangiare ai gatti e, se passavi davanti a casa sua, usciva, ti salutava e ti accoglieva. Ricordo la gentilezza con cui ha più volte accolto me e le persone che portavo in visita a Montereggio.
Non voglio fare di Maria una santa: non è questo il punto e non vorrei essere frainteso. Mi sta a cuore ciò che questa piccola donna - deposta nella bara sembrava una bambina - lascia a me come enorme insegnamento. Anzi, sento che sono due le cose che mi lascia in eredità.
La prima. Le città, i paesi, i quartieri restano alti, non solo perché si riempiono di eventi estivi; non solo perché sono garantiti i servizi; non solo se le istituzioni se ne fanno carico, se si avviano progetti altisonanti o iniziative artistiche da grande città; non solo se si mantengono vive tradizioni religiose o civili. Tutte cose bellissime, davvero, e sacrosante, ma inutili se, insieme, non resiste qualcuno, anche una sola persona, che prende in mano paletta e scopa e, senza essere vista, senza essere ringraziata, compie un gesto di resistenza che pare una preghiera.
La seconda cosa è che una come Marietì mi costringe a riconoscere quanto spesso, a cinquant'anni suonati, mi trovo ancora a rileggere la mia vita in cerca di colpevoli, di errori commessi da altri, nel tentativo di ritagliarmi un ruolo di vittima. O, più semplicemente, per illudermi che la mia vita sarebbe dovuta fiorire altrove e in un altro modo. La Marietì e la gente vecchia e saggia come lei mi ricordano che la vita è andata così e che, a un certo punto, è tempo di smettere di guardarsi l’ombelico, di leccarsi le ferite, di cercare alibi. A un certo punto - ed è questo il tempo - conta solo la volontà di uscire da se stessi. Insomma, evangelicamente, si diventa adulti solo quando si smette di pensare alle proprie ferite e si decide di diventare lievito nella pasta del mondo. Il che non vuol dire fare cose enormi: basta davvero pochissimo, un gesto fedele e nascosto che ci aiuti a smettere di pensare solo a noi, che ci liberi dai risentimenti. Basta semplicemente tenere pulito e accogliente il luogo che abitiamo.
È facile parlare del lievito in un'omelia; molto più difficile diventarlo. Perché il lievito fa una cosa soltanto: sparisce.
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