La disintermediazione dell'IA: adesso chi decide cos’è una notizia?
Il nuovo direttore generale della più antica emittente pubblica del mondo arriva da Google. Ma la sfida più insidiosa non viene dalle piattaforme video: viene dai sistemi di IA che riscrivono le notizie senza renderne conto a nessuno.

BBC, il sorpasso di YouTube e la sfida digitale
Da domenica scorsa la BBC ha un nuovo direttore generale e - per la prima volta nella storia centenaria della prestigiosa emittente britannica - non si tratta di un giornalista e neanche di un dirigente che ha alle spalle trascorsi televisivi. Si chiama Matt Brittin, ha 57 anni, ed è stato per quasi vent'anni ai vertici di Google, dove ha ricoperto ruoli di responsabilità in riferimento alle attività in Europa, Medio Oriente e Africa. Il presidente del consiglio di amministrazione della BBC, Samir Shah, lo ha presentato come la persona giusta per affrontare la trasformazione del mercato dei media…la scelta, però, fa ipotizzare (a ragion veduta) che l'emittente pubblica britannica consideri la sfida tecnologica più importante di quella editoriale.
Come dare torto ai vertici della BBC? C’è una consequenzialità logica tra l’analisi della realtà dei media e la nomina di Brittin: secondo i dati dell'istituto di misurazione degli ascolti Barb (Broadcasters' Audience Research Board, l'equivalente britannico dell'Auditel), nell'ultimo trimestre del 2025 YouTube ha raggiunto 51,9 milioni di spettatori nel Regno Unito, superando per la prima volta il pubblico complessivo di tutti i canali BBC, che invece ne ha raggiunti “appena” 50,8 milioni. La BBC, dal canto suo, ha contestato il metodo di calcolo dell’audience, perché Barb considera "spettatore" chi guarda almeno tre minuti di contenuto, una soglia che ovviamente favorisce i video brevi, mentre mantenendo il vecchio parametro dei quindici minuti, più adatto alla fruizione televisiva tradizionale, la BBC resterebbe in vantaggio. Però il sorpasso è un fatto, anche se legato a un solo parametro, e ha comunque un alto valore simbolico (ma non solo): per la prima volta una piattaforma digitale ha intaccato il primato dell'istituzione che dal 1922 rappresenta il servizio pubblico radiotelevisivo britannico.
Come dare torto ai vertici della BBC? C’è una consequenzialità logica tra l’analisi della realtà dei media e la nomina di Brittin: secondo i dati dell'istituto di misurazione degli ascolti Barb (Broadcasters' Audience Research Board, l'equivalente britannico dell'Auditel), nell'ultimo trimestre del 2025 YouTube ha raggiunto 51,9 milioni di spettatori nel Regno Unito, superando per la prima volta il pubblico complessivo di tutti i canali BBC, che invece ne ha raggiunti “appena” 50,8 milioni. La BBC, dal canto suo, ha contestato il metodo di calcolo dell’audience, perché Barb considera "spettatore" chi guarda almeno tre minuti di contenuto, una soglia che ovviamente favorisce i video brevi, mentre mantenendo il vecchio parametro dei quindici minuti, più adatto alla fruizione televisiva tradizionale, la BBC resterebbe in vantaggio. Però il sorpasso è un fatto, anche se legato a un solo parametro, e ha comunque un alto valore simbolico (ma non solo): per la prima volta una piattaforma digitale ha intaccato il primato dell'istituzione che dal 1922 rappresenta il servizio pubblico radiotelevisivo britannico.
La vera minaccia per il giornalismo: l'ascesa delle AI Overviews
Tuttavia, come ha osservato il Guardian con un editoriale uscito nei giorni scorsi, la minaccia più pericolosa per la BBC non arriva da YouTube. Arriva, semmai, dall'intelligenza artificiale. Secondo Ofcom, l'autorità britannica per le comunicazioni, circa il 30% delle ricerche effettuate in rete nel Regno Unito approda ai riassunti generati dall'IA, le cosiddette AI overviews (cioè le brevi informazioni panoramiche prodotte dall'intelligenza artificiale). Più della metà degli adulti inglesi dichiara di accontentarsi regolarmente delle informazioni di queste sintesi automatiche, che compaiono senza averle cercate. Si tratta di risposte preconfezionate dai sistemi di IA che figurano in cima ai risultati di ricerca, al posto dei tradizionali link ai siti web. Il Reuters Institute dell'Università di Oxford ha rilevato che solo il 6% degli utenti si rivolge all'IA per informarsi in modo consapevole. Il punto è proprio questo: la mediazione avviene in modo sostanzialmente inconsapevole, perché le sintesi automatiche si inseriscono nell'esperienza quotidiana di navigazione senza che l'utente le abbia richieste.
Il report IPPR e il paradosso della BBC: ignorata da ChatGPT
Quali sono le conseguenze sul mondo dell’informazione? Uno studio pubblicato nel 2025 da Kai-Cheng Yang, ricercatore della Binghamton University di New York, ha analizzato oltre 24.000 conversazioni e 65.000 risposte prodotte dai principali sistemi di ricerca basati sull'IA - quelli di OpenAI, Google e Perplexity - dimostrando che ogni Chatbot attinge a una fascia molto ristretta di fonti giornalistiche, che però è diversa da modello a modello. I software di OpenAI si appoggiano soprattutto sulle agenzie di stampa; quelli di Google sui grandi media internazionali indicizzati dal motore di ricerca; Perplexity su testate autorevoli come la BBC. La stessa domanda, posta a sistemi diversi, produce risposte differenti perché cambiano le fonti da cui l'algoritmo pesca le informazioni.
Un rapporto del centro studi britannico IPPR (Institute for Public Policy Research), pubblicato il 30 gennaio scorso, rende meglio il quadro. I ricercatori, infatti, hanno sottoposto cento domande legate a fatti di attualità a quattro piattaforme di IA - ChatGPT, Google Gemini, Perplexity e Google AI Overviews - raccogliendo oltre 2.500 link: ChatGPT ha citato il Guardian nel 58% delle risposte, mentre la BBC era quasi del tutto assente nei link prodotti da ChatGPT e da Gemini. C’è, in parte, una ragione tecnica: la BBC, infatti, ha tentato di impedire ai sistemi di IA di estrarre i propri contenuti senza autorizzazione, e ha anche intimato azioni legali contro Perplexity. Però, così, ci si autocondanna all’oblio: proteggendo il proprio giornalismo dall’indicizzazione non autorizzata, la principale fonte di informazione del Paese finisce per scomparire proprio lì dove un numero crescente di persone cerca notizie. ChatGPT, come se non bastasse, cita la concorrente GB News - emittente di orientamento conservatore e assai meno seguita della BBC - più spesso del servizio pubblico. Evidentemente le citazioni di ChatGPT riflettono gli accordi commerciali stretti da OpenAI con alcuni editori, tra cui lo stesso Guardian.
Un rapporto del centro studi britannico IPPR (Institute for Public Policy Research), pubblicato il 30 gennaio scorso, rende meglio il quadro. I ricercatori, infatti, hanno sottoposto cento domande legate a fatti di attualità a quattro piattaforme di IA - ChatGPT, Google Gemini, Perplexity e Google AI Overviews - raccogliendo oltre 2.500 link: ChatGPT ha citato il Guardian nel 58% delle risposte, mentre la BBC era quasi del tutto assente nei link prodotti da ChatGPT e da Gemini. C’è, in parte, una ragione tecnica: la BBC, infatti, ha tentato di impedire ai sistemi di IA di estrarre i propri contenuti senza autorizzazione, e ha anche intimato azioni legali contro Perplexity. Però, così, ci si autocondanna all’oblio: proteggendo il proprio giornalismo dall’indicizzazione non autorizzata, la principale fonte di informazione del Paese finisce per scomparire proprio lì dove un numero crescente di persone cerca notizie. ChatGPT, come se non bastasse, cita la concorrente GB News - emittente di orientamento conservatore e assai meno seguita della BBC - più spesso del servizio pubblico. Evidentemente le citazioni di ChatGPT riflettono gli accordi commerciali stretti da OpenAI con alcuni editori, tra cui lo stesso Guardian.
"Nutrition labels" e licenze: le proposte per tracciare le notizie IA
L'IPPR ha proposto una soluzione molto dibattuta nelle ultime settimane: introdurre delle nutrition labels, cioè delle etichette come quelle degli ingredienti, per le notizie generate dall'IA. L'idea, liberamente ispirata al settore alimentare, prevede che ogni risposta automatica sia accompagnata da informazioni standardizzate sulle fonti utilizzate, sulla loro tipologia e sulla data di aggiornamento, così da permettere al lettore di valutare la qualità di ciò che sta leggendo. Il gruppo di esperti, inoltre, ha chiesto l'introduzione di un sistema di licenze collettive che obblighi le aziende tecnologiche a retribuire gli editori per l'utilizzo dei loro contenuti e un sostegno pubblico al giornalismo locale e a quello d’inchiesta, i due settori più esposti al calo dei ricavi pubblicitari provocato dalla disintermediazione digitale.
Il futuro del servizio pubblico, verso un giornalismo "machine-readable"
In questo scenario si inserisce la revisione della Royal Charter, il documento che disciplina missione e finanziamento della BBC e che scade alla fine del 2027. Il governo britannico ha manifestato l'intenzione di superare il meccanismo del rinnovo decennale, concedendo all'emittente uno status permanente. Alcuni sostengono che la BBC, in virtù delle sue dimensioni, dei suoi archivi e della sua vocazione di servizio pubblico, potrebbe diventare il perno di un nuovo sistema informativo affidabile nell'era dell'IA. Il giornalismo prodotto da testate come la BBC dovrebbe essere reso machine-readable (cioè leggibile dalle macchine), interrogabile dai sistemi intelligenti, anziché lasciare ad altri editori - aziende private prive di obblighi di interesse pubblico - il compito di decidere come le notizie vengano strutturate, selezionate e restituite ai cittadini.
L'opacità degli algoritmi e la fine del pluralismo informativo
È sottointeso che l’argomento che è stato trattato in questo articolo non riguarda soltanto il Regno Unito; è un dato di fatto: ovunque i sistemi di IA stanno diventando intermediari tra le notizie e i lettori, giocando così un ruolo sulla formulazione del giudizio critico delle persone. Chi decide quali fonti contano, con quali criteri, e con quale grado di trasparenza? Il giornalismo, per natura, è esercizio di scelta e responsabilità: si selezionano i fatti, si verificano, si contestualizzano, e ogni professionista firma ciò che scrive. Invece, il meccanismo con cui le fonti vengono selezionate e ponderate dai sistemi di IA resta in larga parte opaco... e questo è un grave problema, sia per il mondo dell’informazione che, soprattutto, per i lettori. Un tempo, infatti, il pubblico sceglieva fra diverse testate, ciascuna con il proprio orientamento e il proprio approccio ai fatti. Con i social media, le persone hanno iniziato a navigare tra contenuti selezionati da algoritmi, con il rischio di restare intrappolate nelle cosiddette filter bubbles (bolle informative), cioè ambienti digitali in cui si è esposti soltanto a opinioni e notizie coerenti con le proprie.
Ora l'IA compie un ulteriore passo: distilla una risposta unica, presentandola come autorevole e definitiva. La pluralità delle voci e la sfumatura delle analisi rischiano di perdersi. I giornalisti, per professione, vagliano le informazioni, soppesano le fonti, costruiscono un racconto fondato su approfondimenti e verifica, mentre i sistemi di IA svolgono funzioni apparentemente analoghe attraverso algoritmi non noti: privilegiano, però, ciò che è più frequente, non ciò che è più accurato.
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