Angeli meccanici o veri leader? La leadership nell’era dell’IA
Quanta Intelligenza Artificiale vogliamo far entrare nelle scuole e nelle aziende? E come governarla senza perdere ciò che rende umana la leadership: etica, relazioni, cura. Un’analisi tra management e teologia.

Interrogarsi (e formarsi) per guidare il cambiamento
Il Diploma in Leadership e Management della Pontificia Università Gregoriana, a Roma, accoglie ogni anno dirigenti d'impresa, professionisti, sacerdoti e religiosi che cercano una bussola per guidare le istituzioni e/o le organizzazioni di cui fanno parte dentro un cambiamento d'epoca…proprio da questa esperienza didattica nasce il primo dei "Quaderni della Leadership e del Management", un piccolo volume curato dal gesuita Stefano Del Bove e pubblicato dalla Libreria Sole Editrice. La quarta di copertina pone una domanda che suscita riflessioni utili da condividere qui su Artifici: «Che cosa rimane irriducibilmente umano nell'esercizio della leadership, quando i contesti si fanno instabili, le organizzazioni si trasformano e l'intelligenza artificiale avanza fin dentro le sale di direzione?». Non è forse la stessa questione che attraversa le scuole, le università, le parrocchie e ogni altro luogo possibile in cui qualcuno ha il compito di formare qualcun altro?
Intelligenza Umana vs IA, i limiti degli algoritmi nella leadership
A rispondere, fra gli autori del Quaderno, è Enrico D'Onofrio, ingegnere e manager con un curriculum costruito tra Procter & Gamble, Ducati, MV Agusta e Harley-Davidson. Il suo saggio (in inglese, "Limitations of Artificial Intelligence in Replicating Essential Leadership Skills and Behaviours", ovvero "Limiti dell'intelligenza artificiale nel replicare le competenze e i comportamenti essenziali della leadership") prova a misurare distanze e affinità tra l'intelligenza umana, la cosiddetta Human Intelligence, e quella artificiale…la prima poggia su contesto, conoscenza di sé e algoretica, ovvero la riflessione etica applicata agli algoritmi; la seconda lavora su contenuto, dati e algoritmi. D'Onofrio, nel suo argomentare, elenca le qualità che, a suo avviso, l'IA non sa/può imitare: l'intelligenza emotiva, la decisione etica, la capacità di adattarsi all'imprevisto, la costruzione di relazioni, la creatività, la sensibilità culturale…queste, secondo il manager di lungo corso, sono dimensioni che richiedono contesto, coscienza e conoscenza di sé, elementi che, secondo l’autore, nessun algoritmo può fornire o sostituire nell’esercizio della leadership. D'Onofrio, dopo decenni di esperienza, riconosce che l'IA può fare da assistente instancabile, può ridurre il lavoro ripetitivo, aiuta ad allargare l'orizzonte cognitivo del leader, ma resta uno strumento che, però, potenzia il giudizio umano e si lascia governare da chi ha imparato a discernere.
L'IA come "angelo meccanico" e il pensiero incarnato
Il manager, in una nota del suo testo richiama un libro recente, "Teologia nella postumanità" del teologo Cosimo Quaranta, che anch’egli collabora proprio con il Diploma della Gregoriana ed entra nello stesso terreno con strumenti diversi. Il terzo capitolo del volume di Quaranta, intitolato "Postumano e transumano. Identità e transizioni tra naturale e artificiale", prova a piegare l’Ai con un paragone domestico: l’autore accosta il forno a microonde, che risponde secondo protocolli elementari, a un chatbot come ChatGPT, capace di generare dialoghi plausibili grazie a modelli statistico-computazionali del linguaggio, ma non per questo dotato di pensiero umano. Riprendendo il filosofo Gennaro Cicchese, Quaranta osserva che l'intelligenza umana ha «ben poco di meccanico e molto di libero, innovativo, creativo»…più avanti l'autore raccoglie un'espressione del teologo indiano Henry S. Wilson e arriva a chiamare l'IA un «angelo meccanico»: la torcia del telefono fa luce nel buio fisico, il motore di ricerca colma il buio dell'intelletto, la geolocalizzazione indica la strada. La macchina, però, non pensa nel senso in cui pensa una persona, perché il pensiero umano coinvolge il corpo intero, le emozioni, la biografia, come hanno argomentato le ricerche del neuroscienziato portoghese António Damásio.
Il monito del Papa e la sfida dell'IA a scuola, educare non è un calcolo
In filigrana, fra i due testi, si intravede il magistero di papa Francesco e di papa Leone XIV. Il 22 giugno 2024, ricevendo i partecipanti alla conferenza della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice dedicata all'IA, Francesco consegnò una domanda: «Siamo sicuri di voler continuare a chiamare "intelligenza" ciò che intelligenza non è?». Leone XIV ha raccolto il pensiero di Bergoglio già nel primo discorso ai cardinali, spiegando che la scelta del nome rinvia a Leone XIII e alla "Rerum novarum": la rivoluzione digitale, e con essa l'IA, pone «nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro». Lo scorso 5 dicembre, ricevendo nuovamente in udienza la Centesimus Annus insieme alla Strategic Alliance of Catholic Research Universities, ha aggiunto una preoccupazione esplicita per «la libertà e la spiritualità dei nostri bambini e dei nostri giovani, con le possibili conseguenze della tecnologia sul loro sviluppo intellettivo e neurologico». E nel messaggio per la 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, "Custodire voci e volti umani", ha tracciato la rotta: come la rivoluzione industriale richiese un'alfabetizzazione di base, oggi serve un'alfabetizzazione digitale, accompagnata da una formazione umanistica e culturale, per capire come funzionano gli algoritmi e i loro pregiudizi, ovvero i bias.
Le pagine del Quaderno “made in Gregoriana” interessano anche chi entra ogni giorno in classe: formare una persona significa prepararsi pazientemente, ben prima di trasferirle dei contenuti. Un insegnante che spiega una poesia mette in moto un'attenzione, un timbro di voce, un silenzio dopo una domanda, l'imbarazzo davanti a un dolore che lo studente porta in aula: tutte cose che rientrano nel "contesto" di cui parla D'Onofrio e nel "corpo che pensa" di cui parla Quaranta. Un software, invece, trova l’errore, corregge un esercizio, suggerisce una bibliografia, simula una verifica…ma accompagnare la crescita di una persona resta un'altra cosa. La distinzione, lontana dall'essere accademica, è anche il discrimine fra una scuola che adopera la tecnologia e una scuola che si lascia adoperare…vale la pena tenerlo presente, nei prossimi mesi, quando si dovrà decidere quanta IA far entrare nelle aule e in quali spazi e tempi, invece, lasciare l'ultima parola a una persona in carne e ossa.
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