Ai e lavoro, cosa perdiamo quando l’uomo diventa un costo?
Un cartellone in aeroporto pubblicizza una lavoratrice perfetta: è un’AI. In Victoria sanzioni agli avvocati che usano sentenze false generate dall’AI. E così, mentre entra sempre più nel lavoro, il lavoro umano perde valore.

L’AI come sostituto del lavoro umano, il caso Bristol
All'aeroporto di Bristol, fino a pochi giorni fa, i viaggiatori che si avvicinavano al banco per imbarcare i bagagli venivano accolti da un cartellone pubblicitario con il volto di una donna e una scritta: «Supera tutti nel lavoro. E non chiederà mai un aumento»; poi sotto, l'invito: «Incontra la tua nuova dipendente AI. Sempre attiva, mai malata e non avrai bisogno dell’ufficio risorse umane». Il prodotto in vendita era un software di intelligenza artificiale dell'azienda britannica Narwhal Labs. Ovviamente, il cartellone è stato rimosso dopo le proteste perché l'Advertising Standards Authority, l'autorità garante della pubblicità nel Regno Unito, ha ricevuto almeno sette reclami. Rebecca Horne, responsabile comunicazione di Pregnant Then Screwed, associazione che si batte contro la discriminazione sul lavoro, ha commentato sulle pagine del Guardian: «Questa pubblicità è misoginia» e Kate Bell, segretaria aggiunta del Trades Union Congress (la principale federazione sindacale britannica), ha parlato di «un futuro inquietante» promosso da chi guida il settore tecnologico. Ad onor del vero, però, la vicenda di Bristol non riguarda solo il sessismo, piuttosto riguarda il modo in cui una certa cultura d'impresa concepisce il lavoro umano: un costo da eliminare. Quindi la questione si fa più ampia, perché questa concezione non resta confinata nel marketing, ma filtra nei modelli aziendali, nelle scelte politiche, nei percorsi formativi.
Automazione, salari e crisi economica…il rischio di un circolo vizioso
Ma c’è di più: il contesto economico aiuta a inquadrare meglio il fenomeno. L'ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, pubblicato nei giorni scorsi, prevede una frenata 3,1% della crescita globale nel 2026, dato che è sotto la medie pre-pandemia. Larry Elliott, editorialista economico del Guardian, ha collegato i due fenomeni: quando i costi di produzione salgono e la tecnologia per risparmiare sul lavoro è a portata di mano, le imprese non esitano. Le macchine lavorano ventiquattr'ore su ventiquattro, non si ammalano, non scioperano. Ma, come osserva Elliott, le macchine non spendono soldi al supermercato e non portano i figli a scuola. Se l'automazione comprime i salari e distrugge posti qualificati, cala anche la domanda di beni e servizi, e l'economia rischia un circolo vizioso. La società di ricerca finanziaria Citrini Research ha costruito uno scenario ipotetico in cui questo circolo conduce a una crisi economica e finanziaria entro il 2028: non perché l'intelligenza artificiale fallisca, ma proprio perché mantiene le promesse.
Quando l’intelligenza artificiale entra nelle professioni senza controllo
C'è poi l’altra faccia della medaglia: il 16 aprile il tribunale federale australiano ha emanato nuove linee guida sull'uso dell'AI nei procedimenti giudiziari perché sono stati rilevati almeno 73 casi in cui gli avvocati hanno presentato in aula citazioni giurisprudenziali inventate dai software di intelligenza artificiale generativa. Sono arrivate le prime sanzioni disciplinari (la prima in Victoria) e la presidente della corte federale, Debra Mortimer, ha detto che l’uso di informazioni false o inesatte è «inaccettabile e incompatibile» con la professione forense. Infatti, già nel novembre scorso, il presidente della Corte Suprema australiana, Stephen Gageler, aveva avvertito che i giudici sono ormai costretti ad agire come «filtri umani» di argomentazioni prodotte dalle macchine, una situazione che ha definito «insostenibile».
Da una parte avvocati che depositano atti con precedenti giudiziari inesistenti, dall’altra un'azienda che pubblicizza la lavoratrice ideale come un algoritmo senza diritti, la cornice è un'economia globale in cui la tentazione di sostituire le persone con le macchine cresce a ogni rincaro dell'energia. Questi tre fatti di cronaca registrati nell’ultima settimana raccontano qual è il trend in cui ci stiamo muovendo: esiste una fatica oggettiva nel riconoscere il valore del contributo umano.
Formazione, giudizio critico e reskilling…che cosa resta umano?
Educatori e formatori dovrebbero chiedersi perché un professionista formato non è più in grado di distinguere una fonte reale da un'invenzione generata da un software, ovviamente il problema non è il software: è la formazione che quel professionista ha ricevuto. Se il modello di efficienza che trasmettiamo ai più giovani è quello della macchina sempre disponibile, senza bisogni e senza diritti, non stiamo educando al lavoro ma alla sua negazione.
La parola più ricorrente nel dibattito del mondo delle professioni (e non solo) è reskilling, cioè riqualificazione delle competenze. Elliott la mette tra le tre priorità urgenti dei governi, la stessa Narwhal Labs la invoca nel suo comunicato stampa, ma il reskilling resta una parola vuota se non si interroga la scuola, l'università, la formazione professionale su una domanda più radicale: che cosa vogliamo che sappia fare e sappia essere un essere umano, visto che nel mondo esistono delle macchine che sanno fare già molto? Fermo restando che verificare le fonti, esercitare il giudizio critico, assumersi la responsabilità di ciò che si afferma e riconoscere la dignità propria e altrui nel lavoro sono competenze che nessun algoritmo può insegnare e che, soprattutto, non può sostituire.
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