L'arcivescovo di Sydney: tornare a inginocchiarsi davanti a Dio nell'Eucaristia
di Andrea Galli
La lettera pastorale di monsignor Anthony Fisher per la festa del Corpus Domini. L'arcidiocesi australiana ospiterà nel 2028 il Congresso eucaristico internazionale

Si intitola Adorando il Signore eucaristico: «Inginocchiamoci davanti a Dio che ci ha creati» (Sal 94,6) la lettera pastorale per la festa del Corpus Domini scritta dall'arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher. Un documento rivolto ai sacerdoti, ai religiosi e ai fedeli della diocesi australiana — che nel 2028 ospiterà anche il Congresso eucaristico internazionale — dedicato, come suggerisce il titolo, alla riscoperta di un gesto specifico della vita liturgica: l'inginocchiarsi.
Scrive Fisher: «Tutti i nostri sensi sono coinvolti nella liturgia, così come i nostri muscoli: stiamo in piedi, ci sediamo, ci inchiniamo, partecipiamo alla processione e ci inginocchiamo. Di queste posture fisiche, l'inginocchiarsi rivela più chiaramente ciò che crediamo riguardo a Dio e al nostro rapporto con Lui. La Chiesa ci invita a inginocchiarci, se ci è possibile, in fondo al nostro banco, mentre salutiamo o ci congediamo da Cristo presente nel Santissimo Sacramento entrando e uscendo dalla chiesa. In Australia ci impone di inginocchiarci per tutta la Preghiera Eucaristica, quando la Chiesa rievoca la sua storia e il nostro destino, intercede per molte necessità, offre il grande sacrificio di Cristo al Padre e assiste al pane e al vino che diventano Corpo e Sangue di Cristo. La Chiesa ci chiama a inginocchiarci di nuovo, in adorazione mentre "Contempliamo l’Agnello di Dio", in ringraziamento dopo la Comunione, nell’Adorazione eucaristica e nella Benedizione».
Continua il presule: «Siamo anche chiamati a fare un segno di riverenza prima di ricevere la Santa Comunione durante la Messa (OGMR 160). Nella maggior parte dei casi questa riverenza si manifesta con un profondo inchino; tuttavia, molte persone scelgono di genuflettersi o persino di ricevere la Comunione in ginocchio. Questa è un'opzione perfettamente valida prevista nell'attuale Messale. L'inginocchiarsi è stata la posizione predefinita per ricevere la Santa Comunione nella Chiesa latina per molti secoli. Le balaustre dell'altare, che esistono ancora in molte delle nostre chiese, ricordano questa riverente consuetudine».
Fisher, che appartiene all'Ordine dei Frati Predicatori, aggiunge che «nel Tantum Ergo, cantato durante la benedizione del Santissimo Sacramento, san Tommaso d'Aquino ci ricorda che, laddove i nostri sensi e il nostro intelletto vengono meno di fronte a un mistero così grande, la nostra fede e persino il nostro corpo devono intervenire, inginocchiandoci».
L'arcivescovo ripercorre poi il valore dell'inginocchiarsi nell'Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento: «La notte prima della sua sofferenza, Gesù diede un esempio di come inginocchiarsi nell'Eucaristia quando lavò i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1), e dopo averci donato tutto se stesso nell'Eucaristia, uscì nell'oscurità per pregare, inginocchiandosi in preda all'angoscia (Lc 22,41) e chiedendo ai suoi discepoli di vegliare con lui per un'ora (Mc 14,37). Quando dedichiamo un'ora santa alla preghiera davanti al Santissimo Sacramento, o almeno qualche minuto sacro, potremmo inginocchiarci almeno per una parte del tempo, come espressione evangelica di ringraziamento e fiducia, adorazione e timore reverenziale, penitenza e bisogno, pura comunione con Gesù».
Fra le iniziative che Fisher propone alle parrocchie per promuovere e rafforzare il culto eucaristico, idee emerse dal sinodo diocesano che si è tenuto dal 30 aprile al 3 maggio scorsi, vi è anche quella di «ripristinare gli inginocchiatoi in ogni chiesa in cui mancano» e di «insegnare ai fedeli le posture appropriate, come indicato nelle rubriche liturgiche, e incoraggiarli ad adottarle nel culto e nella preghiera privata, affinché i nostri corpi sostengano ed esprimano i nostri cuori nei loro atti di devozione».
Nella parte conclusiva della lettera pastorale, l'arcivescovo ricorda che «ci inginocchiamo in adorazione o in ringraziamento, per implorare misericordia e guarigione, ma Dio non ci lascia inginocchiati per sempre. Ci rialza e ci manda. Isaia si inginocchiò con timore reverenziale davanti al trono di Dio e udì le parole: "Chi manderò?"; poi, con suo stesso stupore, si ritrovò a rispondere: "Eccomi, Signore, manda me" (Is 6,8)».
Ovvero, «Adorazione e missione sono indissolubilmente legate; la preghiera eucaristica e una vita eucaristica. Ci inginocchiamo per riconoscerLo e poi ci rialziamo per farlo conoscere. Signore, concedici la grazia di riceverti con riverenza, adorarti sinceramente e servirti con cuori rinnovati».
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