Nei Balcani solo il Montenegro “vede” l'adesione all'Ue. Ma gli ostacoli non mancano

di Gianluca Carini, inviato a Podgorica
Il piccolo Stato sull'Adriatico punta a entrare nel 2028, ma molti Paesi (come l'Olanda) guardano con attenzione i progressi sullo stato di diritto. Subito dopo c’è l’Albania, dove pesa il nodo corruzione
April 27, 2026
Nei Balcani solo il Montenegro “vede” l'adesione all'Ue. Ma gli ostacoli non mancano
Il palazzo presidenziale a Podgorica (Montenegro)
Dall’inviato a Podgorica
Lunedì, al Parlamento europeo, Marta Kos non se l’è presa solo con la Serbia: «Mentre Ucraina e Moldavia stanno ottenendo buoni risultati, i progressi sono stati molto più lenti nei Balcani occidentali», ha spiegato la commissaria per l’Allargamento in audizione alla commissione Esteri. E così «oltre 700 milioni di euro rischiano di andare persi definitivamente in tutta la regione se le riforme non saranno completate entro giugno o dicembre 2026». Il processo di integrazione dei Balcani occidentali appare sempre più accidentato. In un momento storico in cui il dibattito è tutto sul riarmo dell’Ue in chiave anti-russa, pesa lo scarso entusiasmo delle cancellerie europee, soprattutto nordiche, verso nuovi ingressi. Una posizione diversa ovviamente da quella italiana, impegnata a tenere attaccate al sogno europeo nazioni così vicine. Una posizione in teoria non isolata: un paio di giorni fa, parlando con Die Zeit, la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha spiegato che occorre «riuscire ad allargare il continente europeo in modo che non sia influenzato da Russia, Turchia o Cina» (salvo correggere il tiro su Ankara dopo la dura reazione del Paese anatolico).
In concreto, però, l’unico stato in dirittura d’arrivo è il Montenegro: il piccolo paese sull’Adriatico (620mila abitanti) sta chiudendo gli ultimi capitoli e punta a entrare nel 2028. Una data definita «ambiziosa ma non velleitaria» da fonti ben a conoscenza del dossier. D’altronde, l’attuale governo filo europeista ha chiuso parecchi capitoli, pur scontando una forte influenza di Belgrado nel Paese, anche tramite la Chiesa ortodossa. Il Montenegro infatti non ha ottenuto l’autocefalia dopo il referendum del 2006 che separò i due Paesi. I punti deboli di Podgorica sono i capitoli 23 e 24 (sistema giudiziario, diritti fondamentali, giustizia, libertà e sicurezza) sui quali l’Olanda, ad esempio, ha fatto capire che non farà sconti. E in caso di problemi, la Croazia punta a tenere quanto più possibile aperto il capitolo 31 (Politica estera, di sicurezza e di difesa) per fare i conti con alcune questioni irrisolte dagli anni Novanta. Di fatto, però, il Montenegro può contare sul fatto di essere un Paese piccolo e dunque irrilevante nella spartizione dei fondi (soprattutto agricoli), fa parte della Nato, non presenta ambiguità sul sostegno all’Ucraina e, infine, ha già adottato l’Euro (così come il Kosovo).
Il secondo Paese in teoria più vicino all’ingresso è l’Albania. Qui l’anno cerchiato in rosso è il 2030. Archiviato nel 1991 il lungo e terribile regime comunista di Enver Hoxha, il Paese adriatico in questi anni ha sempre guardato a Occidente (nei Balcani è il paese più europeista di tutti, secondo l’ultimo Eurobarometro) e paradossalmente è favorito anche dal fatto che l’isolazionismo precedente lo aveva sottratto alla fascinazione per la Russia. Nonostante i passi avanti del Paese su vari fronti e la creazione di un organismo speciale contro il malaffare (lo Spak), la corruzione resta il problema principale. Ma pesa anche un pregiudizio quasi antropologico di molte cancellerie, simile a quello che precedette l’ingresso di Romania e Bulgaria. Diversi i rapporti tra Roma e Tirana: l’Albania è uno dei pochi Paesi che continua a guardare il nostro come un modello (basti pensare a quanti albanesi conoscono l’italiano), l’Italia dall’altro lato ha rapporti commerciali e di scambio intensissimi. Ma soprattutto a Roma è chiaro che agganciare definitivamente l’Albania al treno dell’Ue, garantendo stabilità geopolitica a un Paese che dista poche miglia di mare dal nostro.
Semaforo al momento rosso, invece, negli altri Paesi. A parte Serbia e Bosnia Herzegovina, la Macedonia del Nord sconta le rivendicazioni della Bulgaria che chiede il riconoscimento della minoranza bulgara nella Costituzione macedone. Dopo aver cambiato aggiunto “del Nord” nel 2019 per risolvere una disputa 30ennale con la Grecia ed entrare nella Nato, la Macedonia non sembra però intenzionata a fare altre concessioni e dunque tutto è in stallo. Il Kosovo, altro Paese filo-americano (tanto da imbarcarsi nel Board of Peace) e fortemente pro-Ue, non è nemmeno candidato. Anzi, a dire il vero, sono ben cinque i Paesi dell’Unione che non lo riconoscono, principalmente per non dare spago a movimenti secessionisti al loro interno. Ma dove si chiudono le porte si rischia che bussino altre potenze.

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