
Pubblichiamo qui un estratto tratto da La malinconia del viaggiatore (Iperborea, pagine 416, euro 20,00) di Jan Brokken. L’autore olandese nelle prossime settimane sarà in Italia per un tour che inizierà lunedì 22 giugno a Taormina, in occasione di Taobuk, in un evento dal titolo “In viaggio dentro le storie”. Martedì 23 sarà ad Agrigento per Libri in Cortile, giovedì 25 a Palermo presso la Libreria Modusvivendi e venerdì 26 giugno a Capri per il Festival Le Conversazioni. In questo libro l’autore e grande viaggiatore firma quattordici racconti di speranza e nostalgia sulla grande cultura occidentale, sulle orme di grandi compositori, poeti e scrittori. Brokken si muove qui nel tempo come nello spazio, raccogliendo storie di mondi al tramonto, a volte dimenticati, a volte da proteggere. Visita per esempio la tomba del poeta spagnolo Machado, sui Pirenei francesi, dove una cassetta postale raccoglie le lettere che da tutto il mondo arrivano per celebrare il grande esule, fuggito dal franchismo. E a Mantova, contemplando la Camera degli Sposi di Mantegna, viene interrotto da un lettore che millanta di aver ritrovato la partitura perduta dell’Arianna di Monteverdi. Testimonianze, quindi, di una vita a inseguire la grande cultura europea e americana, da conoscere in prima persona.
Una mattina telefonò a mio padre per chiedergli se poteva passare da lui; sentiva che la fine era vicina. In chiesa non l’avevamo mai visto, ma quella sera a tavola mio padre raccontò che era stata una visita toccante. «Reverendo», gli aveva detto, «ho vissuto tutta la mia vita senza Dio, ma non so se ho fatto bene. Credo che la mia arte ne abbia sofferto. Un vero artista deve misurarsi con Dio, altrimenti la sua opera resta mediocre. Io quel confronto l’ho evitato». Non ricordo più se abbia detto proprio quelle precise parole, ma il senso non l’ho mai dimenticato. Così come non ho mai dimenticato il giorno in cui morì: era il 5 dicembre 1964, Sinterklaas. Mio padre dovette andare da lui poco prima che festeggiassimo San Nicola. Quando tornò, disse che non ci sarebbe stato un funerale cristiano. Accanto alla tomba avrebbe dovuto soltanto leggere un passo della Lettera ai Romani, 12:2: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà». Questo sentii raccontare da mio padre, poco prima di poter andare a scartare i miei regali. Le suore domenicane di Vence utilizzavano come cappella quella che una volta era una rimessa. Un locale scalcinato, con il tetto di lamiera che perdeva e i vetri incrinati o rotti. Con il permesso della madre superiora, suor Jacques-Marie voleva tentare di sistemare la cappella. Nel 1947 mostrò a Matisse uno schizzo per una vetrata. Per lui fu una specie di proposta di matrimonio. Felice come un bambino, esclamò che avrebbe trasformato quella rimessa in una cappella piena di luce. Che avrebbe progettato tutto, dal pavimento al soffitto, dalle sedie ai tavoli e alle lampade fino alle finestre, dai disegni murali all’altare, alla croce e all’orologio sul tetto. E sì, perfino i paramenti del sacerdote. Dopo lunghe conversazioni con suor Jacques-Marie e con il cappellano, il padre domenicano Rayssiguier, Matisse giunse alla conclusione che la cappella doveva ispirare un senso di quiete, in pieno spirito domenicano. Della storia dell’Ordine gli parlò proprio padre Rayssiguier, che si stava laureando in Architettura e aveva studiato in particolare la struttura delle cappelle conventuali domenicane. Dal 1216 – apprese Matisse, che non era molto versato nel cattolicesimo – l’Ordine ha il compito di annunciare il Vangelo di Cristo attraverso l’insegnamento, la scienza e l’arte, per la felicità degli esseri umani. Matisse non poteva che essere d’accordo, lui che per tutta la vita aveva cercato, nella sua opera, la pace per la sua anima inquieta; con la cappella intendeva segnare il luminoso punto culminante di quella ricerca, durata una vita intera. E per il suo scopo si servì di una sola materia: la luce mediterranea che filtrava all’interno attraverso le finestre. Picasso lo prese per pazzo: «Quella tua cappella diventerà un mercato di frutta e verdura». Aragon, convinto comunista come Picasso, vedeva in suor Jacques-Marie il genio del male. Quando Matisse gliela presentò, le voltò le spalle, e lui se ne risentì a tal punto da pensare di rompere l’amicizia con quello che pure considerava il più grande poeta francese vivente. In quell’occasione Aragon diede il peggio di sé, e non ne fece alcun cenno nelle ottocentocinquanta pagine che dedicò all’amico pittore nel suo monumentale Henri Matisse, roman, i cui due volumi vennero pubblicati nel 1971. Un libro affascinante e a tratti geniale, nel quale cerca di catturare a parole il processo creativo di Matisse. È anche un libro su un’amicizia profonda e sugli esasperati contrasti di opinioni che fanno parte di una relazione tra artisti. A volte si disprezzavano. Il capitolo sulla cappella conta sessanta pagine e porta il titolo, assai eloquente, «Que l’un fût de la chapelle… Et l’autre s’y dérobât» («Uno era per la cappella… e l’altro la evitò»). Aragon si poneva legittimamente la domanda se fosse possibile progettare una cappella senza credere in Dio. Perché a quella domanda – credi in Dio? – Matisse aveva sempre dato risposte evasive del tipo: «Se credo in Dio? Sì, quando lavoro». Per Aragon era troppo comodo eludere in questo modo una domanda fondamentale. Matisse credeva dunque in Dio oppure no? E se sì, la cappella era forse la prova della sua conversione al cristianesimo? La questione fu portata all’estremo dai giornalisti del “New York Times” e del “Time” e dal primo biografo americano di Matisse, Alfred H. Barr, il cui Matisse, His Art and His Public uscì nel 1951. In quegli anni imperversava la guerra fredda, e gli americani vedevano nell’opposizione di Aragon e Picasso contro la cappella progettata da Matisse lo scontro tra comunismo e cristianesimo. In realtà Aragon, a suo dire, non aveva mai espresso un giudizio negativo sulla cappella, né davanti a Matisse, né davanti a nessun altro. Trovava il progetto di una bellezza impressionante e disse all’amico, intendendolo come un complimento: «Quando saremo al potere noi, faremo della tua cappella un museo». Con quel «noi» intendeva i comunisti. Aragon continuò però a chiedersi se il progetto della cappella, al quale Matisse lavorò per quasi quattro anni, non fosse per il pittore, ormai gravemente malato, sfinito e praticamente invalido, la chiave d’oro con cui aprire la porta del paradiso, come suggerivano i giornalisti americani. Un’idea che gli sembrava un po’ riduttiva, considerata l’immensa grandezza artistica di Matisse. Suor Jacques-Marie vedeva invece nella realizzazione della cappella la prova della sua conversione. Non voleva accettare l’idea che con il suo progetto lui dimostrasse semplicemente il suo amore per lei, come del resto non l’accettavano Aragon o Picasso. Gli amici artisti erano convinti che Matisse fosse diventato un artiste sous influence; e suor Jacques-Marie, d’altronde, qualche motivo per pensarlo lo dava. Cercava di convincere Matisse ad andare a confessarsi e a inginocchiarsi al banco della comunione. Anzitutto per salvare la sua anima, ma certamente anche per facilitare i rapporti con la madre superiora, che continuava a guardare con diffidenza a un coinvolgimento eccessivo di Matisse. «Penso che il vero artista non possa che rivolgersi a Dio, se è sincero», scrisse suor Jacques-Marie nelle sue memorie. Era presente quando Matisse disse al suo migliore amico – e più grande rivale – Picasso: «Sì, prego a voce alta quando tutto va storto. Anche lei, non sostenga il contrario. Ci gettiamo nella preghiera e ritroviamo l’atmosfera della nostra prima comunione. Lo faccio io e lo fa anche lei!». Secondo lei, Picasso non lo contraddisse.
Traduzione di Claudia Cozzi
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