Il nostro viaggio in Serbia, la “stabilocrazia” ancora distante da Bruxelles
di Gianluca Carini, inviato a Belgrado
L'arretramento sullo stato di diritto rischia di costare 1,5 miliardi di fondi Ue. E anche nel movimento degli studenti, la principale opposizione a Vucic, non è chiaro qual è la posizione sull'integrazione

Per la quinta tappa del nostro viaggio nell’Ue abbiamo scelto di andare oltre i confini dell’Europa unita per vedere e raccontarvi qual è la situazione nell’area dei Balcani occidentali, i cui Paesi dovrebbero in prospettiva entrare nell’Unione. Come vedremo, gli scenari attuali non sembrano ideali per l’integrazione, ma ci sono anche segnali di speranza. Qui tutte le precedenti uscite di “Europa bene comune”, il ciclo che ci accompagnerà per due domeniche al mese fino alla fine dell’anno, con articoli, interviste, analisi e reportage.
Fondi europei a rischio, il potenziale leader dell’opposizione ricevuto a Bruxelles, una spaccatura dentro il Paese che rischia di esplodere dopo le prossime elezioni. Negli ultimi mesi, di Serbia si è parlato parecchio tra i palazzi dell’Unione Europea. Lunedì la commissaria per l’Allargamento, la slovena Marta Kos, ha annunciato che sono a rischio 1,5 miliardi di euro di finanziamenti alla Serbia previsti dal piano di Crescita. La ragione? Le critiche sullo stato di diritto e l’indipendenza della magistratura, «le repressioni degli studenti e le interferenze sui media indipendenti». Lo stesso giorno, Marta Kos ha ricevuto il rettore dell’università di Belgrado, Vladan Djokic, leader in pectore della “lista degli studenti”, il principale movimento di opposizione del Paese che nel dicembre 2027 (salvo probabili voti anticipati) sfiderà il presidente Vucic. Il leader del Partito progressista serbo (Sns), abituato da tempo a galleggiare tra i fondi di Bruxelles e il gas a basso costo di Mosca, si trova in uno dei momenti più complicati da quando nel 2014 è salito al potere. La sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria è solo l’ultimo campanello d’allarme. La percezione a Bruxelles è che le ormai lunghe proteste degli studenti – scoppiate dopo che il primo novembre 2024 una pensilina (da poco ristrutturata) alla stazione di Novi Sad crollò uccidendo 16 persone – abbiano portato a una regressione dello stato di diritto.
La parola che si sente spesso quando si parla di Serbia è stabilocracy: un governo autoritario che, pur senza diventare regime, si autolegittima come solo garante dell’ordine e della stabilità, restringendo però gli spazi democratici. Presso le cancellerie europee ci si domanda però cosa succederebbe se vincessero gli studenti. Un movimento spontaneo e piuttosto variegato al suo interno in cui convivono frange nazionaliste insieme ad altre europeiste e liberali (probabilmente minoritarie). Da qui la decisione di evitare i temi polarizzanti (ad esempio il rapporto con l’Ue) per concentrarsi su un’opposizione dura e pura alla corruzione e al presidente Vucic. Ma anche un rigetto verso le forze politiche di opposizione in Parlamento, accusate di connivenza. «In un certo senso, la posizione degli studenti nasce dalla propaganda populista su di loro dello stesso Vucic», spiega Aleksandra Kuzmanovic che conosce bene il movimento studentesco avendone fatto parte prima di diventare assistente universitaria in Scienze politiche. Il problema, riconosce Kuzmanovic, «è che la democrazia ha bisogno di rappresentanti, cioè di qualcuno che sappia tradurre in proposta la protesta». Sulla stessa linea anche il politologo Ognjen Gogic, secondo cui «l’agenda degli studenti per ora è molto vaga, si parla soprattutto di lotta alla corruzione e stato di diritto, non sappiamo cosa pensano dell’Ue e che ricette economiche hanno, ma questo è intenzionale perché serve a mettere insieme quante più persone possibili ed evitare divisioni».
Le università, centro delle proteste, stanno stilando da tempo una lista di nomi attraverso un complicato sistema di voti e veti reciproci. Molti possibili candidati sono ancora segreti: rivelarli troppo presto darebbe il via a un tiro al bersaglio della stampa filo-governativa. Lo stesso Djokic ad esempio era diventato rettore dell’università di Belgrado proprio con i voti dell’Sns (il partito di Vucic) salvo poi assumere sempre più le posizioni degli studenti durante le proteste. Il passo decisivo è avvenuto dopo un’irruzione della polizia per la morte di una studentessa in università. Affacciandosi al balcone, Djokic ha pronunciato un discorso durissimo: «Non sono venuti per indagare. Sono venuti per umiliare». Scendendo le scale, sapeva di aver lasciato la carriera universitaria per cominciare una nuova vita. Le differenze dentro il movimento degli studenti, va detto, riflettono quello che accade nel Paese: secondo un sondaggio dell’Eurobarometro di settembre 2025, appena il 33% dei serbi sostiene l’adesione all’Ue, il livello più basso tra i Paesi candidati, mentre il 45% è ormai disilluso. Tra i principali ostacoli, il 26% degli intervistati cita le questioni territoriali irrisolte. O, per dirla con i serbi, i «territori sotto occupazione». Per la Serbia entrare oggi nell’Ue significa cedere ancora di più sul Kosovo. «Un formale riconoscimento non accadrà nel medio periodo, non importa quello che succederà - spiega Nikola Burazer, politologo - non parliamo solo di un prezzo politico, sarebbe a rischio la vita dei responsabili perché verrebbe considerato da molti un tradimento».
In fase di negoziato avanzato, Belgrado si dovrebbe guardare poi dalle richieste della Croazia, in posizione di forza in quanto già Stato membro e con parecchi conti in sospeso sulle guerre balcaniche (basta guardare quanto Zagabria sta già facendo con il Montenegro, il cui ingresso è previsto nel 2028). Belgrado dovrebbe anche ripensare la sua collocazione geopolitica, tagliando molti dei ponti con due potenze ben più popolari di Bruxelles dentro il Paese, ossia Russia (fiducia al 59% in Serbia, secondo l’Eurobarometro di settembre) e Cina (57%). La scommessa di Vucic di temporeggiare, mostrando vicinanza all’Ucraina ma senza imporre sanzioni a Mosca, non può durare all’infinito, dato che il solco tra Russia e Ue appare infatti sempre più profondo. Infine, proseguire nel negoziato richiederà di cambiare la struttura del Paese, oggi di fatto legato al potere di Vucic in tutti i suoi gangli, compresa una buona fetta dell’informazione. In questo scenario, le prossime elezioni hanno il sapore di una resa dei conti e non a caso Vucic sta valutando quale sia il momento migliore per andare alle urne. Il presidente sa che in caso di sconfitta rischia di andare in galera più che all’opposizione. Con un voto che si prospetta sul filo di lana, poi, il rischio è che la parte sconfitta non accetterà il risultato elettorale. Con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare.
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