«Serbi e kosovari, vi dico che l’Ue è l'unica via per la pacificazione»

Sava Janjic, abate del monastero ortodosso di Decani (Kosovo): «Non c'è altra strada al cammino europeo per mettere fine alle divisioni. Nazionalismo e cristianesimo sono incompatibili»
April 26, 2026
«Serbi e kosovari, vi dico che l’Ue è l'unica via per la pacificazione»
Inviato a Decani
Il monastero di Visoki Decani è uno dei cuori della cristianità ortodossa serba in Kosovo e la sua storia porta con sé quella dei luoghi che lo circondano. Poco distante da Peje (Pec in serbo), quest’oasi di tranquillità e silenzio è stata testimone delle guerre e degli scontri che per secoli hanno segnato questa terra. Da qui sono passati eserciti serbi e ottomani, queste mura hanno subito saccheggi, sono passate di mano più volte nel Novecento fino a diventare parte della Jugoslavia. Alla fine degli anni Novanta, con la guerra tra Kosovo e Serbia, vi hanno trovato riparo serbi e albanesi, spiegano i monaci, mentre le continue minacce all’integrità hanno portato la Nato a porre un presidio militare permanente, in cui l’Italia è in prima fila. Oggi Visoki Decani è patrimonio Unesco. I rapporti con il presidente kosovaro Albin Kurti sono però complicati, come racconta ad esempio un decennale conflitto su alcune terre attorno al monastero, concluso solo nel 2024 con la registrazione da parte di Pristina. E il monastero si fa ancora portavoce delle istanze dei serbi rimasti in Kosovo, oggi soprattutto nei comuni al Nord, al confine con la Serbia.
Padre Sava Janjic, abate di Visoki Decani, 27 anni dopo la fine della guerra in Kosovo, com’è la situazione?
All’apparenza tutto sembra normale, come in qualsiasi altro Paese, ma non è così. Per i serbi che vivono in Kosovo è molto più difficile accedere ai servizi e siamo molto preoccupati per il futuro dei nostri luoghi sacri. Alcune misure delle autorità kosovare, presentate come integrazione, sono invece percepite come pressioni o intimidazioni. Ad esempio, a 27 anni dalla guerra, alcune persone vengono improvvisamente arrestate con accuse di crimini di guerra. È giusto che chi ha commesso delle atrocità sia giudicato, ma sarebbe importante che Belgrado e Pristina continuassero il processo di normalizzazione, inclusa un’amnistia generale per chi non è coinvolto in crimini comprovati. Dopo tanti anni, le persone devono poter vivere normalmente, senza paura. Restano molte preoccupazioni: il futuro dell’università nel nord del Kosovo, il riconoscimento delle istituzioni, la nuova legge sugli stranieri che considera i serbi come tali e varie altre questioni.
La Serbia è un Paese candidato all’ingresso nell’Ue, il Kosovo non ancora. L’integrazione europea aiuterebbe il processo di normalizzazione dei rapporti?
Assolutamente sì, non c’è altra strada. In caso contrario, ci saranno sempre tensioni. I Balcani occidentali sono costituiti da diversi Stati troppo piccoli e ristretti, che necessitano di essere maggiormente connessi e di collaborare con gli altri Paesi europei. La strada più ovvia da percorrere è l’Unione Europea. Naturalmente, è necessario un progresso nello stato di diritto e un’armonizzazione delle leggi. Speriamo che ciò accada, perché subito dopo la fine del regime di Milosevicćsi pensava che sarebbe avvenuto tutto nel giro di un paio d’anni. E invece ancora non è successo. Questa è la soluzione migliore per queste regioni, dove le persone portano ancora le ferite del passato. Hanno diverse rivendicazioni territoriali, diversi ricordi dolorosi, dobbiamo superarli. A mio parere, questa è la strada migliore da percorrere, c’è un dialogo tra Belgrado e Pristina, facilitato dall’Unione Europea.
Lo scenario però non sembra favorevole all’allargamento.
L’alternativa è avere ancora un Paese contro l’altro. Non c’è nulla di più normale che permettere ai giovani di viaggiare, studiare, lavorare. Gli Stati Uniti poi sono sempre più interessati al continente americano, il Medio Oriente è nel caos, l’Asia sta prendendo una sua strada, nessuno sa bene come finirà il conflitto tra Russia e Ucraina. In questo contesto dobbiamo uscire dalla mentalità del passato, non possiamo vivere costantemente nel ricordo delle guerre, di chi è colpevole. Molti nei Balcani parlano la stessa lingua, la cooperazione tra Chiesa cattolica e quella ortodossa è molto importante anche perché la cristianità nell’Unione Europea è messa alla prova. D’altronde, io stesso sono figlio di una madre cattolica e di un padre ortodosso, sono nato a Dubrovnik (oggi Croazia), cresciuto a Trebigne (ora in Bosnia), ho studiato a Belgrado, poi sono venuto qui. Quando mi chiedono delle mie origini rispondo che sono jugoslavo, anche se la Jugoslavia non esiste più (ride, ndr).
In questa fase assistiamo però a un ritorno dei nazionalismi, così come l’uso della religione da parte della politica, ad esempio nella guerra in Iran.
Nazionalismo e cristianesimo sono incompatibili. Non intendo ovviamente il patriottismo, l’amore per il proprio Paese, parlo dell’odio su base etnica. Abbiamo visto con gli attacchi di Trump a papa Leone XIV oppure nella guerra in Ucraina come oggi la religione sia sempre più spesso tirata in ballo durante i conflitti. Questo è molto pericoloso e ne abbiamo avuti esempi in passato. Per questo sono molto contento di vedere come papa Leone abbia preso una posizione umile ma molto chiara sulla guerra in Iran. In alcuni circoli degli Stati Uniti il cristianesimo è stato usato come innesco per la guerra in Iran, in particolare penso a questo strano “cristianesimo sionista”, curiosa combinazione tra cristianesimo evangelico e giudaismo moderno di matrice sionista. Il cardinal Pizzaballa ha parlato con grande coraggio di quanto accade a Gaza, la sua voce è molto rispettata sulla situazione in Palestina. Penso anche a quanto accade in Libano o in Siria, dove oggi i cristiani hanno molti problemi. Mentre, tornando al conflitto tra Russia e Ucraina è assolutamente sbagliato parlare di “guerra santa”, è un conflitto fratricida. Da religiosi il meglio che possiamo fare è evitare di essere coinvolti nei nazionalismi.

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