Meloni verso il Consiglio Ue: un negoziatore Ue per la Russia. Attacco a Vannacci, scontro con M5s

Le comunicazioni della premier alle Camere in vista del vertice a Bruxelles del 18-19 giugno. L'affondo contro il generale: non siete voi la vera destra. Il pentastellato Silvestri: all'estero usi le ginocchiere. La replica: offesa sessista
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June 11, 2026
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all'assemblea di Confcommercio, Roma 10 giugno 2026
Italian Prime Minister Giorgia Meloni speaks as she reports to the Chamber of Deputies on the upcoming European Council meeting, in Rome, Italy, 11 June 2026. ANSA/FABIO FRUSTACI
Un cambio di passo in Europa per giocare un ruolo tra Ucraina e Russia, attraverso un «negoziatore» di «alto profilo». L’indicazione di due nuove battaglie da condurre a Bruxelles, su bilancio pluriennale e stato di diritto. E tanti sassolini tolti dalle scarpe, tirati a destra contro Vannacci e i suoi, a sinistra soprattutto contro Renzi e il pentastellato Francesco Silvestri, il quale con una discutibile battuta sulle «ginocchiere» (metaforiche) che indosserebbe la premier sui dossier internazionali ha imbarazzato il centrosinistra e si è preso l’accusa di «sessismo». Insomma la giornata tra Camera e Senato, con le comunicazioni di Meloni in vista del Consiglio Europeo della prossima settimana, è il consueto saliscendi tra tentativi falliti di dialogo e polemica acuta che alla fine prevale su ogni altro messaggio.
Con il doppio appuntamento alla Camera e al Senato, la presidente del Consiglio apre un lungo tour internazionale: da lunedì a mercoledì sarà a Evian, in Francia, per il G7; poi a Bruxelles per un vertice a 27 che avrà l’Ucraina come tema prioritario. La guerra a Kiev, che proprio ieri, annota Meloni, ha superato per durata la Prima Guerra Mondiale, è il punto di partenza delle comunicazioni parlamentari: «L’aggressione russa, a dispetto dei continui proclami, non si è mai trasformata in una vittoria». Ma proprio il protrarsi del conflitto porta a quel parziale aggiustamento di postura in maturazione da settimane, anche a causa delle tensioni politiche interne con la Lega: «La nostra linea non cambia: sostenere Kiev e mantenere la pressione su Mosca. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee». «Tuttavia – precisa Meloni -, la fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo». È il richiamo a un’azione diplomatica in cui l’Europa sia protagonista «senza deleghe» agli Usa. «Intendo - prosegue Meloni - che la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvii una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca. Per questo motivo sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare». È l’ipotesi di un Alto Rappresentante che abbia il mandato a parlare con Putin. E che nell’ottica di Meloni serve anche a fermare le fughe in avanti di alcuni partner, Francia in testa. Meloni ne approfitta anche per rispondere a chi la accusa di essere esclusa dalle trattative che contano, come dimostrerebbe la riunione domenica scorsa del formato E3 con Parigi, Berlino e Londra. Sul punto Meloni, al Senato, ingaggia un duello pesante con Renzi anche sull’idea di Europa, ricordandogli le esclusioni che l’ex premier subìva quando era a Palazzo Chigi. In ogni caso non ci sono possibilità che centrosinistra e centrodestra si avvicinino, in questa fase, sul sentiero da imboccare a Bruxelles: «Non credo che il futuro sia un’Europa federale», chiosa la premier, storicamente contraria anche al superamento del diritto di veto.
Dalle parole di Meloni alle Camere, si comprende che non ci sono movimenti europei in grado di smuovere lo stallo tra Usa e Iran e nello Stretto di Hormuz. Solo il G7 di Evian, alla presenza di Trump, potrà segnare qualche evoluzione nello scenario mediorientale. Quanto ai rapporti con Israele, Meloni la prende larga: «È chiaro che il Consiglio Europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Unione Europea e Israele. Su questo mi piacerebbe, una volta tanto, che ci fosse qui un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile...». Insomma la premier non vuole assecondare la spinta ad atti dirompenti contro Tel Aviv: «L’approccio deve essere pragmatico. Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele. Punire la società civile israeliana, con misure restrittive, sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente».
Le comunicazioni alle Camere sono segnate dalla soddisfazione per i 14 miliardi in 3 anni di flessibilità per l’energia incassati dalla Commissione. Le opposizioni fanno notare a Meloni che serviranno per le rinnovabili e non per le fonti fossili, lei rintuzza dati alla mano: «Nessuno ha fatto più di noi per le fonti alternative». Ma è chiaro che dopo aver incassato la flessibilità europea Meloni sta rivedendo alcuni toni duri che aveva assunto verso il riarmo. Ieri è apparsa più conciliante, la premier: la scelta del Governo, dice, è «spiegare ai cittadini che oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa». E al vertice Nato di inizio luglio ad Ankara, rivendica, «l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8% del proprio Pil investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71% che è garantito, però, soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio».
Insomma non ci saranno i temuti (dall’Ue) passi indietro dell’Italia. Ma Roma però è pronta ad aprire due fronti parzialmente nuovi, con Bruxelles. Il primo sul bilancio pluriennale dell’Unione: «L’Italia si assumerà le responsabilità di un accordo solamente quando saremo certi di aver raggiunto il miglior compromesso possibile». Le condizioni poste da Roma sono due: «Non accetteremo un bilancio in cui, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori. E i cosiddetti “rebates” vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che anche l’Italia goda dello stesso privilegio». I rebates sono rimborsi che vengono dati storicamente a pochi Paesi contributori, Germania compresa.
L’altra battaglia riguarda le «condizionalità» legate al rispetto dello stato di diritto: «Non è concepibile che un documento informale, la Relazione annuale sullo Stato di diritto, predisposta da funzionari della Commissione sulla base di articoli di giornale e non da istanze giurisdizionali, possa assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato membro». E che poi gli stessi fondi vengano sbloccati, pur senza cambiare le leggi, a «maggioranze gradite».
Come detto, entrambe le repliche della premier, a Camera e Senato, hanno il retrogusto della polemica. A Montecitorio infuria per le parole del pentastellato Silvestri. Meloni quell’accusa di mettere le «ginocchiere» nelle sedi internazionali la percepisce come un’offesa al suo essere donna. «Non sopportate che io sia arrivata qui senza ginocchiere...», dice rivolgendosi ai banchi della sinistra. Silvestri, pur senza ritrattare, è comunque costretto a giustificare le sue parole.
Ed è significativo politicamente il duro scontro con il neodeputato vannacciano, ed ex FdI, Pozzolo, tra l’altro al centro di cronache giudiziarie sia da meloniano sia da scudiero del generale. «Voi vera destra?Di grazia... - dice irritata Meloni -. Per sei volte avete votato contro la fiducia a questo governo, insieme a Schlein, Conte, Renzi e compagnia... La vera destra non è mai funzionale alla sinistra».

I PRINCIPALI PASSAGGI DI MELONI ALLE CAMERE

Ucraina: l'ora della diplomazia
La guerra in Ucraina - «che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale» - è il punto di partenza del discorso di Meloni: «A oltre quattro anni dall’avvio dell’aggressione russa contro Kiev, quell’aggressione, a dispetto dei continui proclami, non si è mai trasformata in una vittoria». Ma proprio il protrarsi del conflitto, porta a quel parziale aggiustamento di linea di Roma in maturazione da settimane, anche a causa delle tensioni politiche interne con la Lega: «La nostra linea non cambia: sostenere Kiev e mantenere la pressione su Mosca. Per questo sosteniamo il ventesimo pacchetto di sanzioni europee». «Tuttavia – precisa Meloni -, la fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo». È il richiamo a un’azione diplomatica in cui l’Europa sia protagonista insieme agli Usa, «sfida non sempre facile, ma necessaria». Meloni prosegue con un discorso in punta di piedi, ancora non chiaro nello sbocco: «Intendo che la nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvii una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca. Per questo motivo sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista del’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare». È l’ipotesi di un Alto Rappresentante che abbia il mandato a parlare con Putin. E che nell’ottica di Meloni serve anche a fermare le fughe in avanti di alcuni partner, Francia in testa. Una fase a maggior tasso di diplomazia, insomma, in cui non si deve correre nel processo di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea: Il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali».
Su Hormuz e Libano decisivo il G7 con Trump
Dalle parole di Meloni, si comprende che invece non ci sono movimenti europei in vista in grado di smuovere lo stallo tra Usa e Iran e nello Stretto di Hormuz. La posizione italiana è pressoché invariata, circa la disponibilità a contribuire a operazioni per garantire i traffici commerciali, ma sempre «post conflitto». Solo il G7 di Evian, alla presenza di Trump, potrà segnare qualche evoluzione nello scenario mediorientale. «Se l’Iran dimostrerà con i fatti di voler tornare su un percorso serio, verificabile e costruttivo – apre Meloni -, l’Europa dovrà essere pronta ad accompagnare quel percorso con un alleggerimento graduale e reversibile, ma anche rapido, delle sanzioni. Se invece Teheran continuerà sulla strada sbagliata — minacciare la libertà di navigazione, attacchi, sostegno a milizie, violazione degli obblighi internazionali — allora l’Unione europea dovrà essere pronta a rafforzare la pressione, anche attraverso nuove misure mirate».
Sul Libano, Meloni sostiene l’iniziativa degli Usa e del presidente Aoun, «un patriota». Dura la condanna di Hezbollah, mentre su Israele la presidente del Consiglio delega alla discussione da svolgere in sede europea. Mettendo le mani avanti: «è chiaro che il Consiglio Europeo dovrà riflettere sulla direzione delle relazioni tra l’Unione Europea e Israele. Su questo, mi piacerebbe, una volta tanto, che ci fosse qui un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile, che produce certamente un ritorno immediato in termini di visibilità, ma non riflette l’importanza strategica che il tema ha per l’Italia. Magari dividendoci sui passi immediati e concreti, ma riconoscendo gli uni agli altri la buona fede nel portare avanti linee che, voglio ricordare, sono storiche e tradizionali linee di politica estera italiana, perseguite fin qui da Governi di ogni colore politico». Meloni ha ricordato le prese di posizione italiane contro Tel Aviv e i coloni violenti, e l’ultimo scontro con Ben Gvir. Ma le scelte vanno fatte dai 27 insieme, ribadisce. «Siamo in attesa di ricevere le proposte della Commissione europea sulle possibili restrizioni ai prodotti provenienti dagli insediamenti, che valuteremo nel merito, anche da un punto di vista tecnico e giuridico. Ma l’approccio deve essere pragmatico. Lo dico soprattutto in relazione all’ipotesi di sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele. Punire la società civile israeliana, con misure restrittive, sarebbe non soltanto sbagliato, sarebbe controproducente». Al Consiglio Ue della prossima settimana è delegata la decisione anche sul «post-UNIFIL»: «L’Italia – assicura Meloni – continuerà a svolgere un ruolo di primo piano a sostegno del Libano e della pace tra Libano e Israele, come ha sempre fatto e come sta facendo anche in questi giorni difficili». Quanto infine a Gaza, Meloni invita a «non distogliere l’attenzione».
Energia e difesa, i dossier incrociati
Dopo aver incassato dall’Ue la flessibilità di 14 miliardi in 3 anni sull’energia, la premier torna ad avere toni più aperti rispetto al piano di riarmo europeo. La scelta del Governo, dice, è «spiegare ai cittadini che oggi più che mai è necessario investire nella propria difesa per garantire la capacità di contrare, decidere autonomamente, difendere i propri interessi». Al vertice Nato di luglio ad Ankara, continua, «l’Italia si presenterà con una percentuale del 2,8% del proprio PIL investito in difesa e sicurezza, segnando un aumento dello 0,71% che è garantito, però, soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul territorio». Numeri che come sappiamo sono oggetto di numerose e diverse interpretazioni. Ma il succo è che «non ci sottraiamo alle nostre responsabilità», specie ora che l’Ue ha riconosciuto le ragioni dell’Italia sulla difesa dalla choc energetico. «Nelle prossime settimane – annuncia la premier - provvederemo a definire, in stretto raccordo con la Commissione europea, un paniere di misure finanziabili grazie alla flessibilità che abbiamo ottenuto. E questo consentirà, tra l’altro, di alleggerire il bilancio nazionale e di avere più risorse per sostenere le famiglie e le imprese in questa difficile congiuntura». Il risultato raggiunto a Bruxelles le consente di togliersi una pietra dalla scarpa: «Sono in sostanza, colleghi, lontani i tempi in cui l’Italia, per avere maggiore flessibilità di bilancio, doveva dirsi disponibile a ricevere più immigrati illegali sul suo territorio».
A Bruxelles, il 18-19 giugno, Meloni vuole vedere degli avanzamenti anche sulla riforma del sistema di scambio di quote di emissione (ETS) sui prezzi dell’energia elettrica. La premier non è convinta dalle prime proposte di revisione da parte della Commissione.
Le nuove battaglie su bilancio pluriennale e stato di diritto
Introducendo il tema del bilancio pluriennale europeo, con un negoziato che diventerà caldissimo a fine anno, Meloni avvisa: «Non intendiamo assecondare, o vincolarci, a tempi di negoziato predefiniti e artificiali. L’Italia si assumerà le responsabilità di un accordo solamente quando saremo certi di aver raggiunto il miglior compromesso possibile, per la nostra Nazione e per l’Europa nel suo complesso». Le condizioni poste da Roma sono due: «Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori. E i cosiddetti “rebates” vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che, in qualità di terzo contributore netto al bilancio della Ue, anche l’Italia goda dello stesso privilegio». I rebates sono rimborsi che vengono dati storicamente ad alcuni Paesi contributori, Germania compresa.
Altro fronte su cui Meloni vuole entrare con decisione, è quello delle «condizionalità» che possono sottrarre risorse agli Stati.  La premier non si riferisce solo alle condizionalità ambientali, sua battaglia storica. Ma anche alla «condizionalità legata al rispetto dello Stato di diritto». «rima che l’opposizione tiri fuori il suo ridicolo armamentario sul governo illiberale – attacca -, voglio ribadire una cosa lapalissiana per chiunque mantenga un briciolo di onestà intellettuale: questo Governo non è contro lo Stato di diritto. Tutt’altro. Ma non è concepibile che un documento informale, la Relazione annuale sullo Stato di diritto, predisposta da funzionari della Commissione sulla base di articoli di giornale e non da istanze giurisdizionali, possa assumere un carattere vincolante capace di bloccare, senza contraddittorio, l’erogazione dei fondi a uno Stato Membro. E deve far riflettere, colleghi, il fatto che Paesi accusati di violare lo Stato di diritto quando sono governati da maggioranze reputate sgradite diventino poi di colpo pienamente in linea con i principi europei al cambio di governo, pur rimanendo inalterate le leggi contestate. Continueremo a lavorare per correggere queste distorsioni, perché sono lontane dall’idea di Europa che abbiamo in mente».
Sul fronte migranti, il discorso di Meloni si ferma alle rivendicazioni per le aperture europee sulla piattaforma spinta da Roma, e che sta vedendo progressive attuazioni nel sistema regolatorio europeo. Uno sprint la premier lo chiede all’Ue anche nella lotta contro le droghe. E annuncia un evento comunitario sulla prevenzione e sul recupero presso la Comunità di San Patrignano.

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