Benvenuti ai Mondiali di calcio in versione "extralarge": ecco tutto quello che c'è da sapere
Al via oggi un'edizione senza precedenti: 3 Paesi ospitanti, 48 Nazionali (l'Italia non c'è) un calendario ipertrofico di 104 partite. E poi show in stile Superbowl durante l'intervallo, marketing aggressivo, traversate di migliaia di chilometri per chi tifa. Sarà un grande laboratorio di futuro, con un'ingombrante ombra neocoloniale: quella degli Stati Uniti

C’è stato un tempo in cui il Campionato del Mondo di calcio assomigliava al rito sacro di una comunità raccolta. Si giocava nello spazio concentrato di pochi stadi, confinati entro le frontiere di un’unica nazione, quasi a voler proteggere la purezza del gioco dentro le mura di una fortezza dorata. Quell’epoca è finita, per sempre. L’edizione che comincia oggi non è semplicemente un torneo sportivo, ma una colossale, ipertrofica traversata continentale.
Già i numeri, da soli, descrivono una metamorfosi senza precedenti: 3 Paesi ospitanti (Canada, Stati Uniti e Messico), 16 città sedi dei match, 48 Nazionali partecipanti (rispetto alle 32 del passato), oltre 4.500 chilometri tra gli stadi più lontani tra loro, la distanza in linea d'aria cioè tra Vancouver, sulla costa pacifica canadese, e Miami, in Florida. E un calendario ipertrofico di 104 partite spalmate in 39 giorni di torneo.
In mezzo a questa mastodontica griglia si muoveranno migliaia di chilometri da percorrere e fusi orari da inseguire. Oltre ad ambienti opposti, dal caldo texano all’umidità di Miami fino alle differenze del termometro tra Canada e Messico, per un Mondiale che potrebbe diventare anche un laboratorio viaggiante sul rapporto tra sport e cambiamento climatico. Più che un tabellone calcistico, la mappa di questa Coppa è una scommessa geografica, logistica e politica. Una sfida antropologica per atleti e tifosi, ma soprattutto una lente d’ingrandimento puntata sul nostro presente.
Il calcio, in realtà, possiede questa straordinaria virtù da sempre: non ha mai smesso di riflettere la società che gli gira intorno. E questo torneo ci parlerà, prima di ogni altra cosa, di mobilità. Di un’umanità che si sposta, supera barriere, ridisegna continuamente i confini. Le stesse identiche dinamiche che da decenni stanno trasformando l’anima profonda del Nord America.
Il vero cuore pulsante di questo Mondiale non batterà nelle aree di rigore, ma nelle storie di migrazione che affolleranno gli spalti. I match si giocheranno in metropoli globali come New York (teatro della finale il 19 luglio), Toronto, Los Angeles, Houston e Miami: i più grandi e vibranti crocevia umani del pianeta. In queste città la pluralità culturale non è uno slogan da spendere nelle cerimonie inaugurali, ma una realtà quotidiana. Ci saranno milioni di cittadini che vivono in Nord America da anni, o da generazioni, ma che mantengono un legame viscerale con la propria terra d’origine. Ma anche contraddizioni, polemiche, diseguaglianze clamorose.
C’è tutto il pianeta dentro, persino l’Iran che farà viaggi lampo per giocare negli Usa dal suo ritiro messicano: un Mondiale mai così allargato, rivoluzionario, pieno di distanze e di nuovo.
Quando il Messico giocherà nello stadio di Los Angeles, l’atmosfera sarà quella di Città del Messico. Quando scenderà in campo una delle debuttanti assolute – come il piccolo Curaçao (il Paese meno popoloso della storia a qualificarsi), Haiti, o le africane e asiatiche – troverà ad attenderla il calore delle comunità della diaspora locale. In un’epoca in cui il dibattito pubblico occidentale racconta troppo spesso le migrazioni solo attraverso la lente della paura e della sicurezza, gli stadi offriranno un’istantanea opposta e profetica: quella di identità multiple che convivono in maniera più o meno integrata. Le bandiere, per una volta, non serviranno a dividere i popoli, ma a unire generazioni che hanno attraversato gli oceani.
Ma c’è una seconda, vistosa rivoluzione che si sta compiendo sotto i nostri occhi, ed è la notte americana del calcio. Gli Stati Uniti non si stanno limitando a ospitare la Coppa del Mondo: la stanno colonizzando culturalmente, riscrivendo i codici del calcio mondiale a propria immagine e somiglianza. Declinato secondo le regole dello show-business statunitense, questo sport si è trasformato definitivamente in intrattenimento globale.
L’America nordista che il pallone lo giocava solo con le mani, aliena e quasi inorridita di fronte ai pedatori del resto del mondo, ora sta colonizzando con i suoi fondi finanziari le squadre europee. Con risultati ancora poco incoraggianti, ma avendo comunque fiutato l’affare. Il calcio del futuro viaggia al ritmo sincopato degli halftime show in stile Super Bowl, del marketing aggressivo e della spettacolarizzazione totale, dove la partita rischia di diventare il contorno di un evento commerciale. È il modello della Fifa che insegue il mercato d’Oltreoceano, una mutazione genetica che per molti puristi appare non incoraggiante in prospettiva, ma che piaccia o meno delinea i binari economici del domani.
C’è di tutto, insomma. Tranne noi. Per la terza volta consecutiva, la maglia azzurra non è riuscita a qualificarsi per questo palcoscenico. L’Italia che nella massima competizione del suo sport nazionale negli ultimi 20 anni ha giocato appena 6 partite, con una sola vittoria, ma che nelle prime 18 edizioni per 4 volte è stata Campione del Mondo, perdendo due finali e finendo tra le prime 4 in 8 occasioni (quasi il 50% delle volte), guarderà gli altri giocare dalla televisione, masticando l’amaro sapore di una crisi strutturale che non è più un incidente di percorso, ma una condanna apparentemente definitiva.
Al di là del dato puramente sportivo – che fa male a un Paese che vive di pane e pallone – l’esclusione assume un significato più profondo. Rimanere fuori da questo specifico Mondiale non significa solo perdere una competizione, ma autoescludersi da un avvenimento geopolitico che segna l’inizio di una nuova era. Significa non partecipare al grande laboratorio linguistico, sociale e culturale della modernità. Nel grande teatro della globalizzazione, la sedia vuota dell’Italia rimarca una dura lezione che la storia impartisce regolarmente: gli assenti hanno quasi sempre torto. E mentre il mondo ridisegna le sue rotte sportive ed emozionali, a noi non resta che guardare il futuro dal buco della serratura.
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