L'Ue: non c'è scenario di recessione per sospendere il Patto
L'Istat risponde al governo sul Documento di finanza pubblica ricordando che l'istituto coordina i dati seguendo le regole Ue. Corte dei Conti: ragionevole cautela nelle previsioni del Dfp, nel 2026 uscita dalla procedura d'infrazione. Debito dovuto più alla bassa crescita che agli effetti «già noti» del Superbonus. Cnel: guerra ci costa sei mesi di crescita. Bankitalia: interventi mirati per rispondere a shock energetico

L'Italia non ha fatto richiesta di attivare la clausola di salvaguardia, quindi l'Ue non ragiona sulle ipotesi. Ma da Bruxelles - nel giorno in cui il documento di finanza pubblica è al centro delle audizioni delle commissioni riunite di Camera e Senato - arriva la precisazione. «La clausola generale di salvaguardia è prevista in caso di grave recessione nell'Ue o nell'area euro nel suo complesso. E attualmente non siamo in uno scenario di grave recessione, ma di rallentamento economico». Inoltre, il passaggio successivo del ragionamento del ommissario Ue all'Economia Valdis Dombrovskis, «al momento, questo tipo di richiesta non è stata presentata, quindi è difficile commentare scenari ipotetici. La nostra raccomandazione è generalmente quella di mantenere una risposta contenuta e di restare all'interno dei parametri dei piani strutturali di bilancio nazionali».
Le audizioni sul Dfp a Montecitorio. Istat: crescita lenta, noi autonomi e indipendenti nei dati
Autonomi e indipendenti rispetto a Ue e Ragioneria dello Stato e sul deficit bisognava fare di più del semplice stare sotto il 3%, bisognava stare sul 2,94%. Nel giorno delle audizioni davanti alle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato a Montecitorio, per spiegare la stima preliminare del primo trimestre che arriverà giovedì, il primo a comparire è il presidente dell’Istat Francesco Maria Chelli. «Le informazioni congiunturali disponibili per i primi mesi del 2026, il cui quadro informativo è ancora in fase di completamento – spiega il responsabile dell’ente di statistica - sembrano confermare una dinamica meno positiva per l'economia italiana rispetto a quanto rilevato nell'ultimo trimestre», al +0,3%. In particolare in cinque anni, tra primo trimestre 2021 e quarto del 2025, «le retribuzioni contrattuali si sono ridotte del 7,8% in termini reali, malgrado un recupero nell'ultimo anno». Sul fronte della procedura di infrazione Ue, la precisazione ulteriore, per uscirne sarebbe stato necessario un deficit-pil al «2,94%, unico valore che avrebbe portato il paese fuori dalla Pde». In più Chelli, parla di «inaspettata resilienza» delle nostre esportazioni rispetto ai dazi statunitensi.
Poi però vira sul ruolo dell’Istat e sulla sua indipendenza. Il processo di validazione dei Conti di finanza pubblica prodotti dall'Istat da parte delle istituzioni comunitarie «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei», la premessa. In particolare, la verifica dei Conti di finanza pubblica viene effettuata con cadenza semestrale «sotto il coordinamento tecnico di Eurostat. In questo contesto, l'Istat, pur mantenendo un ruolo autonomo e indipendente come responsabile ultimo della qualità dei dati prodotti, svolge anche una funzione di coordinamento e di sintesi tra le diverse istituzioni nazionali coinvolte». Insomma, tutto il processo statistico è soggetto a «revisioni pianificate e codificate» ed Eurostat «monitora queste revisioni», tutto dentro comunque una logica di «indipendenza dell'istituto. Collaboriamo con la Ragioneria generale dello Stata, ma la valutazione finale è dell'Istat».
Infine nel tentare di prospettare eventuali andamenti futuri, spiega che «risulta complesso formulare ipotesi sull'evoluzione degli scenari globali e sulle reazioni degli operatori economici», visto che «dall'inizio del conflitto in Medio Oriente, lo scorso 28 febbraio, lo scenario economico internazionale è peggiorato e l'incertezza ulteriormente aumentata».
Corte dei conti: ragionevole cautela nelle previsioni del Dfp. Debito dovuto alla bassa crescita più che al Superbonus
Subito dopo l’Istat è il turno della Corte dei Conti che in audizione sottolinea come «seppure caratterizzato da rilevanti rischi al ribasso, le previsioni presentate nel Dfp, caratterizzate da un progressivo riassorbimento dell'aumento eccezionale dei prezzi dei beni energetici, appaiono improntate a una ragionevole cautela».Sulle prospettive del rapporto debito/Pil, invece, «il quadro non sembrerebbe rassicurante». I magistrati contabili segnalano infatti che «al di là del contributo ascrivibile al Superbonus che era sostanzialmente noto nella fase di elaborazione del Piano strutturale, per il determinante effetto della bassa crescita economica reale e nominale, il tutto in un contesto in cui il saldo primario ha confermato un miglioramento, ma inferiore alle aspettative».
E sulla fine della procedura d’infrazione europea sull’Italia per eccesso di debito pubblico, aggiunge: «Nel 2026 il deficit è atteso al 2,9 per cento, con un peggioramento di 0,1 punti percentuali di Pil rispetto al quadro previsionale precedente, ma in grado, comunque, di consentire la fuoriuscita dalla procedura d'infrazione». Sulle politiche economiche da adottare poi nel caso di peggioramento del quadro economico, sarà necessario «sostenere i redditi disponibili delle famiglie e la liquidità delle imprese anche se la necessità di rispettare i parametri europei lascia spazi fiscali ridotti. Si conferma pertanto l'esigenza, da un lato, di mantenere il controllo sui conti pubblici, e, dall'altro, di garantire una più attenta selezione degli interventi da avviare al fine di contrastare gli effetti del rincaro delle materie prime energetiche». Sul fronte fiscale, invece, la Corte dei conti rileva che «è indubbio che negli ultimi anni ha raggiunto livelli elevati che sembrano stabilizzarsi, anziché indirizzarsi verso una riduzione che libererebbe risorse in favore delle imprese e delle famiglie, favorendo sia gli investimenti che i consumi».
Cnel: la crisi costa all'Italia sei mesi di crescita
Il contesto internazionale non aiuta certo l'Italia e il suo percorso di già fragile crescita. In audizione davanti alla commissione di Camera e Senato il presidente del Cnel Renato Brunetta sottolinea infatti che «la crisi appena iniziata, e che tutti ci auguriamo finisca molto presto, costerebbe nella migliore delle ipotesi circa sei mesi di crescita all'Italia». Gli scostamenti di Pil, spiega, sono «tutto sommato modesti rispetto a quanto prevedibile prima dello shock: un decimale di crescita in meno nel 2026, due nel 2027 e uno nel 2028. In totale quattro decimi». Per Brunetta si tratta di «quasi nulla rispetto a quanto accaduto con la grande crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani e la pandemia, che costarono all'Italia molti punti percentuali di riduzione del Pil: 6,3 punti, 4,9 e 8,9 rispettivamente».
Bankitalia: senza riforme prudenza conti non sufficiente, essenziale monitorare spesa e intervenire ad hoc su energia
La terza audizione in Commissione è quella di Bankitalia che spinge a lavorare sulle riforme, senza le quali la cautela del Dfp non sarà sufficiente. Sarà infatti «cruciale monitorare in modo accurato l'andamento delle spese, tenendo conto che una crescita dei prezzi più accentuata di quella prevista renderebbe ancora più difficoltoso rispettare il percorso di consolidamento programmato», esordisce il capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d'Italia, Andrea Brandolini. Perciò la politica di bilancio italiana sarà chiamata ad «adempiere agli impegni internazionali sottoscritti in materia di difesa e a far fronte alla necessità di attenuare l'impatto della crisi energetica su famiglie e imprese. La risposta allo shock energetico andrebbe limitata a interventi mirati e di entità e durata contenute». Anche perché – la precisazione ulteriore - «per quanto fondamentale, la prudenza nella gestione dei conti pubblici non sarà sufficiente, se non sarà accompagnata da un'azione di riforma che crei le condizioni favorevoli all'innovazione e alla crescita della produttività». Sul fronte degli impegni per la difesa, in particolare, «le spese se non coperte, vanno comunque ad accrescere disavanzo e debito pubblico e hanno potenziali implicazioni per i percorsi di consolidamento che saranno delineati in futuro. Questi ultimi, a parità di altre condizioni, incorporeranno una situazione di partenza meno solida e dovranno essere più ambiziosi». Tuttalia i limitati margini a disposizione sul capitolo della spesa pubblica derivano, prima ancora che dalle regole della governance europea, sottolinea ancora Bankitalia, «dall'esigenza di porre il debito in rapporto al prodotto su un sentiero discendente. Secondo il quadro tendenziale del Dfp, ciò avverrebbe dal 2027. Sarebbe un segnale positivo di grande importanza, anche per la fiducia dei risparmiatori e per la valutazione che si dà del nostro paese sui mercati finanziari». In linea di massima comunque, rileva la banca centrale italiana, il quadro macroeconomico delineato dal Dfp è «coerente» con le previsioni di Bankitalia e con quelle dei principali organismi nazionali ed internazionali.
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