La settimana di Meloni tra pragmatismo e oscillazioni

Negli ultimi giorni la premier ha oscillato più del solito tra diverse posizioni: ma il dovere dell'Italia è aiutare l'Ue ad avere una direzione stabile
January 24, 2026
La settimana di Meloni tra pragmatismo e oscillazioni
Giorgia Meloni/ ANSA
Arriva sempre un momento in cui il «pragmatismo» mostra la corda. Ed è accaduto ieri, quando di fronte alla stessa domanda sul Board of peace di Trump, Merz l’ha liquidato in poche battute come «inaccettabile», mentre Meloni si è avventurata in una lunghissima risposta per edulcorare, rendere flessibile, rivedibile, temporaneo, il suo «no». Quasi come ad autosterilizzare il significato della posizione assunta di concerto con Farnesina e Quirinale e con gli altri leader Ue. Per quanto in fondo Italia e Germania dovevano esprimere il medesimo concetto, ancorandosi alle rispettive Costituzioni senza sbattere la porta in faccia a Trump, la premier stavolta non ha saputo nascondere l’imbarazzo, evidenziato dalla necessità di girare al largo da parole troppo nette. Anche perché Trump l’aveva preceduta attribuendole una ferrea volontà di adesione al Board, che la premier italiana comunque non ha voluto o potuto smentire.
In diverse circostanze la presidente del Consiglio ha rivendicato, e non a torto, l’efficacia della sua linea “mediana” tra Bruxelles e Washington. E in fondo anche questa settimana si è chiusa con la conferma che la “pazienza” verso Washington premia più degli scatti d’orgoglio: sia sulla Groenlandia sia sui dazi si è giunti alla “riduzione del danno”.
Eppure, ieri questa postura italiana ha mostrato i suoi limiti, al culmine di una settimana in cui più volte dal pragmatismo si è scivolati nella contraddizione. Il 17 gennaio Meloni da Seoul non escludeva la partecipazione al Board e non nascondeva la soddisfazione di farne parte, pur essendo già nero su bianco i dubbi di costituzionalità. Pochi giorni dopo, in maniera anche piuttosto brusca, dal Governo si facevano trapelare, pur senza ufficialità, le ragioni del «no». Ancora 24 ore e nel salotto di Bruno Vespa le sfumature cambiavano, il «no» iniziava ad essere arrotondato da ampie «disponibilità», pur essendo il vincolo costituzionale incontrovertibile. Ieri infine, di fianco a Merz e d’intesa con Berlino, la proposta di convincere Trump a cambiare lo statuto del Board, rendendolo accettabile per le democrazie europee (e c’è da credere, guardando al recente passato, che la premier ci proverà davvero a convincere il presidente Usa a rendere digeribile il suo Consiglio di pace).
In meno di sette giorni, insomma, c’è da registrare un discreto numero di oscillazioni. Tradendo la necessità di doversi adattare praticamente in tempo reale alle pressioni di Washington. Nonché la fatica di arrivare a una sintesi strutturata. Non solo: giunta alla sintesi, la premier deve gestirla in modo tale da non ricevere danni interni (parte della sua base non è contenta quando la freccia si sposta verso Bruxelles e si allontana dalle suggestioni trumpiste) e da non ostruire i suoi canali d’accesso politico-culturali a Washington.
Alla luce di queste considerazioni, mai come in questa settimana si è avvertita la sensazione che il «pragmatismo» meloniano possa diventare, se portato all’eccesso, una scivolosa piastra di ghiaccio (a proposito di Groenlandia) in cui si fa labile il confine tra ricerca del risultato momentaneo e indecisione, equilibrismo o galleggiamento che dir si voglia. Posture, queste ultime, che non sarebbero meno dannose per l’Europa di quell’«infantilismo» che la premier ieri ha voluto denunciare, con riferimento, si suppone, a leader liberali e socialisti, di stanza a Bruxelles e in altre capitali europee, che alle intemerate di Trump hanno risposto con moti d’impeto, contraccuse e controminacce.
Insomma il punto di equilibrio che sinora la premier ha pensato di incarnare in Europa non è più sufficiente a reggere le pressioni Usa, e soprattutto non le ha placate, non le ha ridotte di numero e di intensità. Alla necessaria e legittima prudenza, Roma dovrà aggiungere un di più di coraggio, chiarezza e determinazione nel contribuire alla costruzione di un’Europa che si senta meno spaurita di fronte alle certezze che lo storico alleato sta martellando.

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