I dazi e la Groenladia: la nuova mission di Meloni tra Trump e Ue
La premieri: evitare escalation. La Ue compatta: il presidente Usa sbaglia. Due appuntamenti decisivi: giovedì il Consiglio straordinario Ue e poi Davos. Primi segnali dai mercati

Due sole parole. «Evitare escalation». Evitare insomma che la risposta dell'Unione europea alla minaccia di dazi paventata da Trump inneschi una guerra dagli effetti imprevedibili. Sono ore di riflessione per Giorgia Meloni. Ore per capire i margini di mediazione. Ore per ragionare su quale sarà la linea dell'Italia al consiglio Ue di giovedì. La cronaca delle ultime ore è ricca di titoli. Punto uno: la Ue reagisce ai dazi di Trump per la Greonlandia. Punto due: il Financial Times ipotizza anche la risposta Ue con i rappresentanti dei 27 Stati membri avrebbero discusso di 93 miliardi contro di Stati Uniti. Punto tre: Meloni chiama Trump e poi spiega che «la sua mossa è un errore, ma c'è stata una incomprensione. Lui è pronto ad ascoltare. Dobbiamo evitare una escalation». Punto 4: le nostre opposizioni vanno all'attacco della premier perchè «doveva essere più netta», come dice la leder del Pd Elly Schlein ed evitare di «arrampicarsi sugli specchi», come attacca il capo dei 5stelle Giuseppe Conte . Questo è noto. Ora però sull'agenda di Giorgia meloni ci sono due date. Il consiglio Ue di giovedì e il World Economic Forum di Davos, in Svizzera che sarà l'occasione per un primo vero confronto tra la Ue e Trump. Coi sono due partite per la premier: quella dentro la Ue e quella dentro l'Italia. L'obiettivo è mediare, evitare una escalation anche perchè già questa mattina i mercati hanno dato i primi segnali. Meloni sente tutti i suoi più stretti collaboratori. E trova conferme alla bontà della linea della mediazione. Guido Crosetto l'ascoltato ministro della Difesa ripete che la linea della rappresaglia Ue all'offensiva di Trump è la più sbagliata: 93 miliardi come minaccia alle minacce di Trump «è il modo peggiore per rispondere. Innescare una gara a chi fa più male all'altro, tra alleati, non può che portare a disastri. Lo ripeto, servono calma, razionalità, pazienza. Non è il momento di fare i tifosi ultras di squadre diverse. Serve ragionare su ogni cosa ricordandoci che siamo alleati da 76 anni».
I due piani: Italia e Europa. Le telefonate di Giorgia Meloni si accavallano. Antonio Costa, il presidente del Consiglio Ue, prepara la riunione straordinaria di giovedì e mette nero sui bianco la linea: c'é una valutazione condivisa secondo cui i dazi doganali comprometterebbero le relazioni transatlantiche e sono incompatibili con l'accordo commerciale Ue-Usa e c'è la volontà di difenderci da qualsiasi forma di coercizione. L'Europa non si piega alla sfida di Trump. Anche il primo ministro britannico Keir Starmer in un colloquio telefonico con il presidente Usa non usa giri di parole: imporre dazi agli alleati è sbagliato. I vertici telefonici si moltiplicano. Starmer sente la premier danese Mette Frederiksen, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il segretario generale Nato, Mark Rutte. Sono ore delicate. «È evidente che i rischi geopolitici e l'ulteriore aumento delle tensioni commerciali rappresentano uno dei rischi principali - tra i più pressanti - per l'economia globale», avverte il capo economista del Fmi, Pierre-Olivier Gourinchas. Sul versante Italia arrivano le parole del vicepremier e ministro degli esteri Antonio Tajani: «'Tutto si risolve con il dialogo. Io credo di poter essere ancora una volta ottimista perché parlando, confrontandosi si possono ottenere risultati migliori. Il problema non è il rapporto Europa-Stati Uniti, ma tra Occidente e altre potenze mondiali, soprattutto le grandi autocrazie». Tajani sintetizza la linea del governo con una manciata di parole: dialogare con gli Usa ma a testa alta. E chiosa: «Credo che l'Italia, che è accolta ovunque nel mondo per la sua capacità di mediazione, di sapersi fare concava e convessa e anche di saper dialogare con tutti, potrà svolgere un ruolo positivo per trovare accordi, perché non c'è assolutamente bisogno né di guerre commerciali né di contrasti»
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