Da Palazzo Chigi l'ultimatum a Di Foggia: o Eni o buonuscita
Imbarazzo nella maggioranza per il caso della manager amica delle sorelle Meloni che ha chiesto un'indennità da 7,3 milioni. Non escluso il passo indietro dal colosso energetico

Una buonuscita del valore di 7,3 milioni di euro. È quanto pretende Giuseppina Di Foggia, amministratrice delegata di Terna, prima di accettare la presidenza dell’Eni. Richiesta che evidentemente non ha procurato alcun imbarazzo alla manager ma che invece, nella maggioranza, ha fatto arrossire un po’ di guance. Fino a indurre Palazzo Chigi a una sorta di ultimatum: o Di Foggia accetta la presidenza dell’Eni o la buonuscita. Entrambe non si può. E a quanto sembra, la manager starebbe seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di rinunciare alla guida dell’Eni, eventualità che sarebbe senza precedenti. La sua pretesa di avere ambedue le cose (a supporto della quale ha anche presentato un parere legale) avrebbe fatto infuriare Giorgia Meloni stessa. Perché è stato proprio il Governo a indicarla al posto di Giuseppe Zafarana al vertice del gigante energetico italiano. E il nome sarebbe “sceso dall’alto” a tutti gli effetti, dal momento che la manager è da sempre considerata molto vicina ad Arianna Meloni, capo della segreteria politica di FdI, nonché sorella della premier.
La presidenza del Consiglio si è mossa in sintonia con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Dopo ore di discussione tra Cassa depositi e prestiti (che controlla Terna, l’azienda che si occupa di trasmettere e gestire l’energia elettrica in Italia ), Mef e Palazzo Chigi, il ministro aveva fatto diffondere domenica sera una nota: quello che ha chiesto Di Foggia, in sostanza, non si può fare. Dal 2023 il Mef ha infatti stabilito che nelle società partecipate (come Terna) «casi ed entità delle indennità» devono essere «esclusi o rigorosamente delimitati». La pretesa dell’ad andrebbe poi in conflitto sia con le politiche di Cdp - che esclude la buonuscita in caso di transito tra società controllate dallo stesso azionista pubblico -, sia con lo statuto di Terna, che non prevede alcuna somma in caso di dimissioni volontarie.
La prossima mossa spetta a Di Foggia. Nell’arco delle prossime due settimane dovrebbe essere convocato un nuovo Cda di Terna (ieri se ne è tenuto uno) per affrontare il nodo della buonuscita. Per accettare il posto da presidente, l’ad dovrebbe dimettersi da Terna (e quindi rinunciare all’indennità) prima dell’assemblea di Eni, prevista per il 6 maggio, mentre quella di Terna è il 12. Il tempo è poco, tanto che un suo collega in Terna, Stefano Cappiello, indicato dal Tesoro nel prossimo Consiglio di Eni, si è già dimesso. Nel caso in cui la manager scegliesse di rinunciare alla presidenza di Eni, il Tesoro, azionista di maggioranza, dovrebbe dare un nuovo nome. Secondo indiscrezioni, potrebbe essere quello di Emma Marcegaglia, già in passato alla guida del cane a sei zampe. Ma circola già pure il nome di un’altra donna (per salvare la parità di genere): Benedetta Fiorini, ex deputata, prima di FI e poi della Lega.
«I fatti sono di una gravità che non può essere ignorata - ha commentato il senatore Antonio Misiani, responsabile economico del Pd -. La vicenda è la spia di una gestione complessivamente improvvisata e opaca delle nomine pubbliche da parte del governo Meloni. Presenterò un'interrogazione al ministro Giorgetti e al ministro delle Imprese, Adolfo Urso», ha concluso il dem.
La questione Di Foggia è solo l’ultimo focolaio scoppiato nella partita delle nomine, che sta causando non pochi fastidi al centrodestra e che sarà al centro del Cdm di domani. Sul tavolo soprattutto il risiko dei sottosegretari e la presidenza della Consob, che la Lega vorrebbe per Federico Freni, oggi sottosegretario al Mef.
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