«Chi sbaglia paga»: la nuova linea di Meloni nell'addio di Beatrice Venezi
Il "licenziamento" della direttrice d'orchestra, arrivato dopo mesi di polemiche, certifica il nuovo orientamento del Governo dopo la sconfitta del Referendum. Ma per Palazzo Chigi non c’è «nessun coinvolgimento». Sempre a Venezia continuano intanto le polemiche relative alla partecipazione degli artisti russi alla Biennale

Com’è triste Venezia per il Governo. Per un caso che si chiude, lasciando non pochi strascichi, un altro resta aperto. Il capoluogo veneto è diventato ormai un crocevia di polemiche politiche. Da una parte La Fenice, che accompagna alla porta la direttrice musicale Beatrice Venezi, che era stata difesa dall'esecutivo con le unghie e con i denti dalla tempesta che aveva scatenato la sua nomina. Un addio che sembra certificare la nuova linea meloniana dopo la netta sconfitta del Referendum. Un diktat all’insegna del «Chi sbaglia paga», di cui hanno fatto le spese in primis Delmastro, Bartolozzi e Santanchè. Anche se, in una nota diffusa questa mattina, Palazzo Chigi ha precisato, dopo che già il ministro Giuli aveva parlato di decisione presa in autonomia e indipendenza: «È privo di ogni fondamento - si legge - quanto riportato oggi in un articolo del Corriere della Sera sulla decisione del Teatro La Fenice di Venezia di annullare tutte le future collaborazioni con il Maestro Venezi: il Presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo sul tema e quindi non avrebbe potuto dare alcun “via libera”, come invece sostenuto».
Dall’altra, il polverone che si è sollevato sulla 61esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale per la partecipazione degli artisti russi. E che giorno dopo giorno si sta “arricchendo” di nuovi sviluppi, dopo la diffusione di documenti riservati e scambi di email tra la Fondazione veneziana e la commissaria del Padiglione di Mosca, Anastasia Karneeva, avvenuti tra il 2025 e il 2026, dai quali emergerebbe che già a gennaio 2026 la partecipazione della Federazione Russa veniva data per acquisita, con tanto di progetto del padiglione. Mentre già a novembre sarebbe stata sollevata la questione dei visti per gli artisti. Ricostruzioni «falsate», per la Biennale, che proprio oggi in una nota stampa ha precisato: «Non siamo noi a richiedere alle ambasciate i visti, segnaliamo solo i nominativi». Due casi, quello della direttrice e della Biennale, su cui si è "tuffato" il deputato pentastellato Gaetano Amato, secondo cui «Venezia è la Waterloo di Meloni».
Perché La Fenice ha rotto con Beatrice Venezi
Dopo mesi di polemiche e proteste, la Fondazione ha comunicato la decisione di «annullare tutte le collaborazioni future» con la direttrice d'orchestra, indicata lo scorso autunno come futura direttrice musicale del teatro. Una scelta che, ha spiegato il sovrintendente Nicola Colabianchi, «è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra». Una posizione che ha ribadito oggi, intervistato da Tgr Rai Veneto. «Tagliare Beatrice Venezi - ha spiegato - mi è costato, ovviamente, perché non era previsto. Ha fatto dichiarazioni che io non potevo pensare che volesse reiterare e questo ha determinato una decisione definitiva». Mentre per quanto riguarda il nuovo direttore musicale ha preso tempo: «Non è una figura obbligatoria, non è urgente procedere a questa nomina - ha detto -. Abbiamo tempo di rifletterci e troveremo la soluzione più opportuna». E sulla richiesta di sue dimissioni da parte dei sindacati, ha replicato: «Confido di riportare il dialogo con i lavoratori sul giusto binario». Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso «atto della decisione di Colabianchi, assunta in autonomia e indipendenza – ha sottolineato - e conferma al sovrintendente de La Fenice la sua più completa fiducia». Il suo auspicio è che «tale scelta possa sgomberare il campo da equivoci, tensioni e strumentalizzazioni d'ogni ordine e grado».
La decisione è arrivata poco più di 24 ore dopo l'ultima polemica di cui è stata protagonista Venezi, esplosa per via di una sua intervista pubblicata sul quotidiano argentino La Naciòn. «Io non ho padrini - aveva detto, rispondendo alle domande del giornalista -, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un'orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio». Un'affermazione dalla quale già sabato scorso Colabianchi aveva preso le distanze, dicendosi in disaccordo e sottolineando «l'ottima qualità» dei musicisti della Fenice. «Tali affermazioni – ha rimarcato tramite la Fondazione -, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d'orchestra».
Per la capogruppo del Pd in commissione Cultura alla Camera, Irene Manzi, la vicenda «certifica il fallimento del governo e di Fratelli d'Italia nelle politiche culturali». A commentare la decisione della Fondazione, anche il capogruppo al M5S al Senato Luca Pirondini: «Colabianchi avrà capito che arrivati a questo punto o cadeva Venezi o cadeva lui, e ha deciso per la prima. Resta però una rottura tardiva».
Il caso della Biennale
Continuano nel frattempo le polemiche relative alla partecipazione di artisti russi alla 61esima Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale. Solo pochi giorni fa il Ministero della Cultura ha reso noto che il ministro Alessandro Giuli non si recherà a Venezia nelle giornate di pre-apertura della sessantunesima Esposizione d'Arte della Biennale di Venezia (6-8 maggio), né parteciperà alla cerimonia di inaugurazione del 9 maggio. E anche in questo caso si tratta di una polemica che prosegue da mesi con tanto di petizioni e raccolte firme per chiedere l'esclusione degli artisti russi e israeliani. Pochi giorni fa è arrivata la decisione di escludere dalle premiazioni gli artisti «dei Paesi accusati di crimini contro l'umanità» che esporranno alla Biennale Arte 2026 (Russia e Israele per l'appunto). Da qui l'attacco di oggi del Ministero degli Esteri israeliano ha attaccato la Biennale: «Uno spettacolo di falso indottrinamento politico», lo hanno definito in un post su X. Ma non va dimenticata la minaccia della Commissione Europea di sospendere i finanziamenti per 2 milioni di euro alla Biennale e infine le accuse che indicavano la Biennale colpevole di aver aggirato le sanzioni che pendono sulla Russia dall'invasione dell'Ucraina.
Il padiglione russo in realtà sarà aperto solo per tre giorni, dal 6 all'8 maggio, quando alla “preview” riservata alla stampa metterà in scena una performance dal titolo “The Tree is Rooted in the Sky” (“L'albero è radicato nel cielo”) che verrà registrata e mandata in onda sugli schermi visibili dai Giardini. Il padiglione resterà poi inaccessibile dal 9 maggio fino al termine della manifestazione, il 22 novembre.
Dopo la diffusione di documenti riservati e scambi di email tra la Fondazione veneziana e la commissaria del Padiglione di Mosca, Anastasia Karneeva, la Biennale ha preso la parola e, in una nota stampa, ha ribadito «l'assoluto rispetto delle norme, avendo agito in stretta osservanza delle leggi nazionali e internazionali vigenti e nei limiti delle proprie competenze e responsabilità. Nessun divieto delle sanzioni europee è stato aggirato – hanno fatto sapere -, come affermato da ricostruzioni giornalistiche. Le sanzioni sono state rigorosamente applicate». E ha attaccato: «Una manina-manona, e non un colombo viaggiatore, che consegna alla stampa sottobanco i documenti riservati, non ci fa interrogare sul valore delle cose scritte, tutte legittime, ma sul perché' la manina-manona ha ritenuto di doverle distribuire. Scavalcando i confini della correttezza istituzionale e della decenza. E ne siamo quindi stupefatti» si legge infine. Una posizione che è lecito immaginare il presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, ribadirà anche nella risposta - attesa entro il 10 maggio - alla Ue, che ha minacciato di tagliare o sospendere i finanziamenti di due milioni di euro in tre anni, dal 2025 al 2028, in assenza di un passo indietro sulla presenza di Mosca.
Nel frattempo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha negato che la Farnesina abbia avuto un ruolo nella vicenda: «Non siamo d'accordo - ha detto - è stata una scelta autonoma». E sulla concessione di visti ha garantito: «Rispetteremo severamente le regole».
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