Casini: «Non vedo fini nobili, Trump preoccupa. Si perpetua un regime in cambio del petrolio»

L'ex presidente della Camera: Machado è la seconda vittima dell'operazione. Meloni? Ha avallato il tycoon, poi ha corretto il tiro. Ora lavori a un'Europa forte e cambi idea sul diritto di veto
January 6, 2026
Casini: «Non vedo fini nobili, Trump preoccupa. Si perpetua un regime in cambio del petrolio»
Pier Ferdinando Casini
«Se c’è una cosa che non si può imputare a Trump, è quella di nascondere i suoi propositi. Da questo punto di vista è un eretico della politica, lui i propositi li esplicita. Che gli interessi il petrolio l’ha detto chiaramente, ci ha tolto la fatica di doverlo indovinare o provare…». Con disincanto e insieme con preoccupazione, Pier Ferdinando Casini, già presidente della Camera, senatore indipendente eletto da indipendente nel Pd e attuale presidente dell’Unione interparlamentare italiana, spiega perché, ai suoi occhi, l’operazione americana a Caracas assume con il passare delle ore «contorni sempre meno chiari e, mi pare, meno nobili».
Quale è il punto principale da cui lei trae i suoi dubbi?
Parto dall’apertura di credito di Trump verso la vicepresidente Delcy Rodriguez e dalla chiusura netta a Maria Machado, la seconda vera vittima di questa operazione militare. Con questa postura, Trump rafforza l’ipotesi che l’operazione sia stata concordata con una parte del regime venezuelano. Tutti concordiamo sul fatto che Maduro fosse un presidente illegittimo, che aveva perso le elezioni. Ma se qualcuno le ha perse, vuol dire che qualcun altro le ha vinte maturando il diritto di governare. E le aveva vinte il candidato dell’opposizione, Edmundo Gonzalez. Ma sul punto Trump non ha detto nulla, salvo che Machado non sia in grado. Non mi meraviglierei se tra qualche mese Trump graziasse Maduro consentendogli di andare in qualche Paese amico, proprio come ha fatto poche settimane fa con l’ex presidente dell’Honduras, anche lui accusato di narcotraffico. Temo che nel volgere di poche settimane tutto si svelerà per quello che è stato, una macchinazione del regime in cambio del petrolio.
Con quali conseguenze?
Con la conseguenza che l’ordine internazionale che abbiamo conosciuto nel ventesimo secolo è messo definitivamente sotto i tacchi. Un regime di cui nessuno sentirà la mancanza in realtà si perpetua in cambio del petrolio. E tutto accade in spregio a qualsiasi norma. Per chi crede al diritto internazionale è un precedente assai pericoloso. Le regole valgono o non valgono, che sia in Venezuela, Groenlandia o Taipei. D’altra parte credo che Putin in Ucraina volesse ottenere esattamente la stessa cosa: destituire Zelensky e sostituirlo con una leadership a lui più vicina, ma lì il popolo ha reagito e quella reazione resta ancora oggi il principale monito a non svendere i principi del diritto internazionale alla legge del più forte, a blitz condotti in nome di interessi economici.
L’azione in Venezuela però è anche contro Putin…
Non lasciamoci sviare. Il peggior nemico di Putin non è certo Trump. Putin non aveva alcuna possibilità di incidere in Venezuela. E Trump continua ad avere una compiacenza straordinaria verso Putin. Se avesse continuato ad aiutare l’Ucraina forse la guerra sarebbe davvero finita, ma per altre ragioni diverse da quelle che si discutono oggi.
Sta dicendo che è già in atto un piano di spartizione tra Trump e Putin?
No, ma per il semplice motivo che Trump è più forte e non deve spartire niente con nessuno. Lui fa quello che vuole e questo ci dovrebbe preoccupare, altro che esaltarci e trovare nobili giustificazioni.
Ancora una volta l’Europa fatica a dire una parola chiara, si affanna con riaffermazioni di principi preceduti da mille “ma” e “però”.
Manca la volontà di dire una parola, perché se la regola diventa la forza, allora chi è debole può solo tacere. Il punto è sempre lo stesso: l’Europa ormai deve badare a se stessa. Nessuno più ci risolverà i problemi.
Predica un isolazionismo europeo?
No, voglio un protagonismo europeo. L’Europa deve finalmente arrivare alla maggiore età e prendere in mano il suo destino. Se i principi del diritto internazionale non valgono altrove, devono valere qui da noi. Una ragione in più per aiutare l’Ucraina, concretamente e non a chiacchere.
Palazzo Chigi ha assunto una posizione troppo morbida verso Trump? Anche Salvini sembra criticare le prime reazioni di Meloni.
Meloni ha avallato Trump su tutta la linea. Poi ha corretto il tiro e ha telefonato al premio Nobel Machado. Una telefonata importante, con cui la premier pone un problema politico grande quanto una casa alla comunità internazionale. Quanto a Salvini, stavolta gli si deve riconoscere coerenza: un sovranista non può accettare un’operazione del genere. D’altra parte anche la base di Trump e il suo apparato ideologico sono in sofferenza.
Va detto che nemmeno le opposizioni brillano in chiarezza.
Se parliamo dell’Ucraina, sono il primo a dire che le opposizioni hanno contraddizioni interne. Ma se parliamo del Venezuela, bisogna essere oggettivi: il centrosinistra non ha ruoli di governo, non poteva dire altro da quello che ha detto. E in tutti gli atti parlamentari su Caracas ha avuto sempre una posizione di sostegno pieno verso l’opposizione venezuelana. Non ribaltiamo la logica, è il governo che deve esprimere una posizione credibile a nome del Paese.
E cosa farebbe lei se fosse al posto di Giorgia Meloni?
Sin da domani lavorerei alla costruzione di un’Europa capace di avere un ruolo in questi tempi difficili. E, come primo atto, cambierei la posizione contraria al superamento del diritto di veto.

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