«Energia, serve la svolta in Europa. Tornare al nucleare è una scelta giusta»
L'economista che fu viceministro ai tempi del governo Berlusconi invita Bruxelles a ragionare su un mercato unico per l'acquisto di petrolio e gas. E sulla politica economica del governo dice: bene gli ultimi interventi, ma il problema è che tutto poggia sulle sabbie mobili

«Il quadro è complesso e nessuno ha la bacchetta magica, anche perché questo Governo si è trovato 300 miliardi di debito pubblico in più, tra Superbonus e sussidi dati a famiglie e imprese per pagare le bollette». Il problema dell’economia italiana e le difficoltà delle famiglie «non è che si risolvono con un pezzetto qua, un pezzetto là, un sostegno qui, un sostegno là». Il decreto lavoro, il Piano Casa... «va tutto bene, è tutto condivisibile. Il problema è che tutto questo poggia su una base di sabbie mobili e la base di sabbie mobili è originata in gran parte dalla dipendenza energetica e dal modo con cui funzionano i mercati energetici in Europa e in Italia». Ancor più in un contesto in cui «l’Europa non c’è, non c’è sull’energia, non c’è sulla difesa». Mario Baldassarri, economista e viceministro dell’Economia del governo Berlusconi, parte dalla necessità che «l’Europa inizi ad esistere non in marchingegni procedurali, ma sui temi di fondo da affrontare e l’energia è uno di questi».
In che modo?
In Europa non c'è un mercato unico dell'energia, vuol dire che l'Europa, il più grande consumatore al mondo di energia, non usa il potenziale del suo potere da monopsonio negli acquisti perché ognuno fa per conto suo. Se l'Europa procedesse agli acquisti coordinati avrebbe un potere di mercato totalmente diverso. La grande ipocrisia è che noi abbiamo agganciato il costo delle bollette e il costo della benzina a tre mercati finanziari speculativi – Wti degli Stati Uniti, Brent di Londra e Ttf di Amsterdam - dove in realtà non si comprano le quantità di gas e del petrolio, ma si determina solo un prezzo speculativo, chiamato anche future . È come se la Bce avesse indicizzato l’euro al bitcoin. Quella che noi chiamiamo crisi energetica è una crisi energetica ipocrita, perché non si tratta di mancanza di quantità, ma si tratta di follie sui prezzi, perché abbiamo accettato che nel calcolo finale della bolletta entrassero quegli indici. Sappiamo però anche che il costo sostenuto dalle compagnie energetiche, in Europa e anche in Italia, per comprare petrolio e gas, è quello che viene registrato al passaggio alle frontiere. Allora perché non inserire nella bolletta quel costo?
È un suggerimento al Governo?
Questo è un suggerimento che faccio da tre o quattro anni, quando proposi l'immediato aggancio delle bollette italiane al prezzo all'importazione dichiarato dalle compagnie energetiche. Si dovrebbe fare in sede europea, però si potrebbe anche studiare la possibilità di farlo in sede nazionale. Anche perché va bene fare interventi per aumentare il potere d’acquisto delle famiglie e delle imprese, ma quanto di questo aumento è stato in realtà trasferito ai profitti delle compagnie energetiche? Quell’aumento è assolutamente vanificato.
Da dove ripartire? Dal nucleare?
Siamo in questa situazione in Europa e in particolare l'Italia per una politica energetica scellerata, fatta negli ultimi 30 anni. Ma soprattutto abbiamo rinunciato al nucleare quando negli anni ‘60 l'Italia era il primo Paese europeo. Sono assolutamente d'accordo che il governo stia pensando di tornarci, però siccome ne siamo usciti da 30 anni, per rientrarci ci vogliono almeno 5-10 anni, se corriamo.
Lei ha ipotizzato di “rispolverare” la lezione di Tarantelli...
Pensare alla terza gamba della politica economica che è il patto sociale. Un patto innanzitutto tra le parti sociali, e poi con lo Stato e il Governo, che può dare un suo contributo perché si sottoscriva il patto con un obiettivo condiviso da tutti: l'aumento della produttività totale dei fattori. Quello è la base per avere l'aumento del potere d'acquisto, l'aumento degli investimenti delle imprese. Implica l'impegno da parte del governo a fare tutte quelle infrastrutture che alimentano la produttività. L'impatto di sindacati e imprenditori è quello di massimizzare gli investimenti per l'innovazione, la tecnologia. In base a questo si disegna un percorso di redistribuzione della produttività totale dei fattori a favore dei salari. Però è chiaro che questa redistribuzione non può avvenire semplicemente a livello di contratto nazionale, ma può e deve avvenire prevalentemente a livello di contrattazione aziendale, settoriale e territoriale.
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