lunedì 28 ottobre 2019
Francesco sottolinea che per praticare la “religione di Dio” e non quella “dell’io” dobbiamo riconoscerci poveri dentro, e fare nostro il loro grido, così la nostra preghiera “salirà dritta a Dio”
Foto Ansa

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«In questo Sinodo abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite, minacciate da modelli di sviluppo predatori. Eppure, proprio in questa situazione, molti ci hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono, abitando il creato non come mezzo da sfruttare ma come casa da custodire, confidando in Dio». Papa Francesco ha concluso domenica l’assise sinodale sull’Amazzonia chiedendo la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri «che è il grido di speranza della Chiesa».

Aveva aperto il Sinodo deprecando «l’ansia di “addomesticare”» e il «disprezzo» verso le popolazioni indigene da parte di certo mondo occidentale e del quale deve fare ammenda la Chiesa stessa. Ed è tornato a stigmatizzare l’atteggiamento di superiorità, frutto di quella ferita narcistica che impedisce di imparare dall’altro e segna distacco nei suoi confronti. Dogma ormai di quella «religione dell’io» praticata anche da molti cattolici abituali frequentatori delle messe, che porta a ritenere gli altri, specialmente i più poveri, «arretrati e di poco valore».

E che nell’applicazione pratica in Amazzonia si traduce nello svilimento delle loro tradizioni e culture, legittimando l’occupazione dei loro territori e l’usurpazione dei loro beni. È il paradigma dei mali dell’Amazzonia, terra dal «volto sfregiato» da «modelli di sviluppi predatori», ma anche di quello che vive il mondo intero oggi, ha sottolineato Francesco tenendo il pastorale in legno, intarsiato di volti dai tratti indigeni, durante la celebrazione nella Basilica di San Pietro. «Gli errori del passato non son bastati – ha affermato – per smettere di saccheggiare gli altri e di infliggere ferite ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra: l’abbiamo visto nel volto sfregiato dell’Amazzonia. La religione dell’io continua, ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere”, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo». La sua omelia si è articolata dalla parabola del fariseo e del pubblicano: entrambi pregano, ma il primo, «traboccante della propria sicurezza, della propria capacità di osservare i comandamenti, dei propri meriti e delle proprie virtù» è «centrato solo su di sé» e «senza amore», dimentica Dio e dimentica il prossimo, «anzi lo disprezza». Osserva «la religione dell’io» ne è «suddito» e, come lui, «tanti cristiani, cattolici vanno su questa strada», ha aggiunto a braccio il Papa.

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«Quante volte – ha ripreso – chi sta davanti, come il fariseo rispetto al pubblicano, innalza muri per aumentare le distanze, rendendo gli altri degli scarti. Oppure, ritenendoli arretrati e di poco valore, ne disprezza le tradizioni, ne cancella le storie, ne occupa i territori, ne usurpa i beni. Gli indigeni, come i malati e gli anziani, come i bambini e le donne, sono, secondo la logica del fariseo, i «loipoi», «i rimanenti, i restanti». «Sono, cioè, “rimanenze”, scarti da cui prendere le distanze. Quante volte vediamo questa dinamica in atto nella vita e nella storia!». «Quante presunte superiorità – ha ribadito – si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi!». Lo si vede in Amazzonia, dove i territori sono abusati e la gente vittima di «tratta» e di «commercio», ma anche in Europa per il trattamento riservato ai malati. «Provvidenzialmente oggi ci accompagnano in questa messa non solo gli aborigeni dell’Amazzonia, ma anche i più poveri delle società sviluppate, gli ammalati della comunità dell’Arche, sono con noi in primo piano» ha detto Francesco staccando per un istante gli occhi dal testo scritto, per rendere loro omaggio. Ribadisce pertanto l’invito a «guardarci dentro» per «vedere se anche per noi qualcuno è inferiore, scartabile, anche solo a parole».

Ed esorta a pregare e chiedere «la grazia di non ritenerci superiori, di non crederci a posto, di non diventare cinici e beffardi. Chiediamo a Gesù di guarirci dal parlare male e dal lamentarci degli altri, dal disprezzare qualcuno», perché queste «sono cose sgradite a Dio». Quello che invece è gradito a Dio è la preghiera del pubblicano, che «non comincia dai suoi meriti, ma dalle sue mancanze; non dalla sua ricchezza, ma dalla sua povertà… una povertà di vita, perché nel peccato non si vive mai bene».

«Oggi, guardando al pubblicano, riscopriamo da dove ripartire: dal crederci bisognosi di salvezza, tutti». Questo è «il primo passo della religione di Dio, che è misericordia verso chi si riconosce misero». Invece, ha sottolineato Francesco, la radice di ogni sbaglio spirituale, come insegnavano i monaci antichi, è credersi giusti: «Ritenersi giusti è lasciare Dio, l’unico giusto, fuori di casa. È tanto importante questo atteggiamento di partenza che Gesù ce lo mostra con un confronto paradossale, mettendo insieme nella parabola la persona più pia e devota del tempo, il fariseo, e il peccatore pubblico per eccellenza, il pubblicano. E il giudizio si capovolge: chi è bravo ma presuntuoso fallisce; chi è disastroso ma umile viene esaltato da Dio».

E arriva così alla preghiera del povero. «Mentre la preghiera di chi si presume giusto rimane a terra, schiacciata dalla forza di gravità dell’egoismo, quella del povero sale dritta a Dio». Il senso della fede del Popolo di Dio ha visto nei poveri “i portinai del Cielo”: quel sensus fidei che mancava nella dichiarazione del fariseo: «Sono loro che ci spalancheranno o meno le porte della vita eterna, loro che non si sono considerati padroni in questa vita, che non hanno messo se stessi prima degli altri, che hanno avuto solo in Dio la propria ricchezza. Essi sono icone vive della profezia cristiana».

E se anche nella Chiesa, le voci dei poveri non sono ascoltate e magari vengono derise o messe a tacere perché scomode. Preghiamo – ha detto il Papa – per chiedere la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri: il grido di speranza della Chiesa».
All’Angelus il Papa è poi ritornato al Sinodo concluso nel desiderio di aprire nuove strade all’annuncio del Vangelo. «Si annuncia solo quel che si vive» ha detto Francesco – E per vivere di Vangelo bisogna uscire da se stessi. Ci siamo sentiti allora spronati a prendere il largo non nelle acque paludose delle ideologie, ma nel mare aperto in cui lo Spirito invita a gettare le reti».

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