Zuckerberg e i politici: slalom (vincente) al Congresso Usa dopo lo scandalo
mercoledì 11 aprile 2018

Ci sono immagini che valgono più di mille parole. Ma ci sono anche istantanee che possono sviare la nostra attenzione. Vedi la giacca, la cravatta, la camicia bianca delle occasioni importanti. Vedi il viso tirato e un po’ intimorito di un ragazzo di 33 anni e pensi: ecco, una lezione di democrazia; ecco uno dei padroni del mondo digitale chiamato finalmente dalla politica a rendere conto del suo operato, a diventare adulto. Eccolo lì a chiedere scusa per gli errori fatti e i mancati controlli.

Solo che l’audizione di Mark Zuckerberg (martedì sera per il nostro fuso orario) davanti alle Commissioni Giustizia e Commercio del Senato Usa dura cinque ore. E quella alla Camera dei rappresentanti, mercoledì pomeriggio, solo un po’ meno. Più lunghe delle finali del Festival di Sanremo, ma molto più lente e noiose. Meglio abbandonare le immagini e affidarsi solo alle parole. Meglio leggere le trascrizioni. Man mano che leggi i resoconti la scena si fa più nitida. Quella che sembrava un’ammissione di colpa con relative scuse appare come un’abile strategia ("non so", "devo chiedere, "vi farò sapere dal mio staff"...). Poi il colpo di teatro, nella seconda audizione, quella alla Camera: «Anche i miei dati personali sono finiti in mano a Cambridge Analytica», rivela Zuckerberg, provando così a passare dal ruolo di "complice" a quello di "vittima".

Non c’è niente da fare: i suoi consulenti l’hanno preparato così bene che, a tratti, i ruoli quasi si ribaltano: alla sbarra non c’è più solo il padre-padrone di Facebook (cioè del social network più grande del mondo e di Instagram, WhatsApp e Facebook Messenger) ma anche una classe politica che vuole e deve proteggere troppe cose. Perché la tutela della privacy è importante, ma poi ci sono il sogno americano e un’impresa americana diventata enorme e che va anche protetta dalla concorrenza estera. Difficile far stare insieme tutto questo. Qualche senatore usa il buonsenso: «Signor Zuckerberg, la questione privacy si concentra in questa domanda: si sentirebbe a suo agio a condividere con noi il nome dell’hotel in cui ha dormito la scorsa notte?» (Risposta: «No»). Qualcun altro attacca a testa bassa: «Le condizioni d’uso di Facebook fanno pena. Sono scritte solo per difendere voi e confondere le persone che le accettano senza leggerle».

Altri senatori e deputati sono invece troppo concentrati sulle proprie questioni personali (o di collegio). Altri, invece, sembrano poco preparati. Mark invece quasi non sbaglia un colpo: ammette che servono regole, ripete che Facebook è nato per connettere e far star bene le persone. Rivela che «il 98% dei post pro-terrorismo islamico vengono cancellati dal social prima che sia possibile vederli». Poi rassicura: «Noi non parteggiamo per nessuna parte politica».

Alla fine dei due round sembra non vincere nessuno. Ma un vincitore (seppure ai punti) c’è: è Zuckerberg. Che ha promesso di cambiare Facebook, ma nei tempi e nei modi che potrà. Che ha chiesto scusa (cosa che piace molto soprattutto agli americani), ma difeso il valore (non solo economico) della sua impresa, facendo capire che alle porte c’è la concorrenza delle compagnie digitali cinesi. Per la serie: se abbattete me, arriveranno loro (e per l’America sarà molto peggio).

Seppure a denti stretti, Zuckerberg ha detto anche alcune cose importanti. Che serve una legge che regolamenti la crescita del sistema digitale. E ha fatto capire che se la politica dovesse vietare ai social di usare i dati per vendere pubblicità "al meglio", Facebook potrebbe diventare a pagamento.

Così, ancora una volta, invece di avere un sistema che tutela tutti, avremo un mondo a due velocità: chi non può permetterselo sarà "spiato" e "invaso" dalla pubblicità mentre chi potrà pagare vivrà in una sorta di isola digitale felice.
Per il "Los Angeles Times" «il Congresso non è sembrato in grado di imporre modifiche strutturali a Facebook». Mentre per la Cnn, «il Congresso ha dimostrato di non capire Facebook». La verità è che tutti – politici, commentatori e persino Zuckerberg – capiamo ancora troppo poco di questo mondo. Perché è troppo giovane. Perché porta con sé rivoluzioni e cambiamenti così importanti che vanno analizzati e regolati a fondo. Perché problemi enormi come questi non si risolvono né con la fretta né con l’emotività.

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