venerdì 25 febbraio 2011
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Caro direttore, in tema di rispetto della dignità delle donne, gli italiani sono decisamente schizofrenici. Da una parte organizzano imponenti manifestazioni di donne che protestano sostanzialmente per il cosiddetto "caso Ruby". Dall’altra espongono megamanifesti di ragazze seminude come quelli della casa di moda Silvian Heach. Nel "caso Ruby" il reato è ancora da accertare; per i manifesti sopra accennati i reati sono palesi e reclamano l’intervento sollecito del Garante della privacy e della competente autorità giudiziaria. Forse, noi donne non abbiamo chiaro il bellissimo ruolo che abbiamo nella società o, forse, più che non chiaro non abbiamo tempo o voglia di dire veramente la nostra. Viva la Donna con la "D" maiuscola!

Laura Ghezzi, madre di famiglia numerosa.

Mi riferivo esattamente a questo tipo di "uso" del corpo e dell’immagine della donna quando nel mio editoriale del 12 febbraio scorso a proposito delle annunciate "piazze al femminile" scrivevo della «cartellonistica cialtrona che infesta le vie delle nostre città». Il caso che lei segnala, gentile signora Ghezzi, è clamoroso e urtante. Eppure ha fatto quasi fatica a creare scandalo, perché è dentro un’onda purtroppo lunghissima e apparentemente irrefrenabile. Proprio per questo è necessario che se ne parli, e che si metta alla prova la qualità, la profondità e la limpidezza della vasta indignazione per l’indecoroso scenario evocato dal "caso Ruby" e per l’altrettanto indegno spettacolo che ci è stato allestito attorno. E io la ringrazio, cara amica. Lei rimette il dito nella piaga, e fa bene. Sottolinea le «schizofrenie» di tanti di noi, e fa benissimo. Invoca l’intervento di autorità di garanzia e di autorità giudiziaria, e ha ragione. Mi limito solo a fa notare che, per cominciare, basterebbe il semplice intervento delle autorità comunali: una rapidissima ed esemplare revoca delle autorizzazioni all’affissione. Sarebbe una decisione utile per l’oggi e per il domani. Insomma: si rimuova il problema, per intanto. Ma poi, per favore, non ci si fermi. Serve una bella mobilitazione per far capire a chi riduce la femminilità a volgare adescamento e a linguaggio scurrile che non è proprio più aria. Che è sbagliato in sé, e che è anche un pessimo affare. È tempo di cambiare registri (e registi) di certa invadente comunicazione: meglio per amore, ma – a questo punto – va bene anche per timore e per interesse.
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