martedì 29 novembre 2016

Arrivano a casa in ordine sparso, da zone diverse di Milano e dell’hinterland, e tutti, figli e amici dei figli, reduci dalla colletta del Banco alimentare di sabato scorso, hanno lo stesso stupore in faccia: «Ma pensa, più sembrano dei poveretti, degli immigrati senza un soldo, più sembrano anziani e soli e più volentieri donano un po’ della spesa a chi non ha da mangiare».


Erano partiti presto al mattino, come migliaia di altri in tutta Italia, per andare a presidiare le porte della grande distribuzione, in un sabato che avvicina al Natale. Non accettavano soldi, ma solo pacchi di pasta, riso, zucchero, pannolini. Con un pettorale addosso fermavano gentilmente la gente, all’ingresso. Qualche "no" frettoloso, qualche rifiuto secco, qualche diffidenza. Ma poi nel corso delle ore la scoperta: la gente, qui a Milano e altrove, è generosa. Ancora e sempre. Più di quanto tanti si immaginino. Soprattutto lo sono "certe" persone. Quelli senza i vestiti "giusti", quelli che non hanno i tratti somatici come i nostri, quelli che nemmeno sanno l’italiano. «Le famiglie asiatiche, o nordafricane, se appena riesci a spiegare che è una colletta per i poveri, dicono di sì», si sorprendono i ragazzi. Dicono di sì subito anche due travestiti che vanno a fare la spesa dalle parti di piazza Maciachini. Loro forse non sono poveri, ma emarginati sì. Abituati a vedersi voltare le spalle. È la sofferenza, materiale e non solo, il filo conduttore di questa generosità che non ti aspetteresti?


Poi accade anche, davanti ai supermercati, di avere occasione di sorridere. «È arrivato un signore – racconta un figlio – un italiano, che per un quarto d’ora ci ha urlato addosso: "Eh già, e chi ci crede che questa roba la date ai poveri? A chi la volete raccontare?"». I ragazzi non polemizzano. Lo sconosciuto se ne resta a lungo, pensoso, a osservarli. Poi, entra al super e ne esce con una sporta piena: «Tenete», dice solo, e se ne va. Quasi avesse deciso di darsi una speranza, nel suo cinismo o nella disillusione.


E quel vecchio solo, invece, che arriva con il carrellino deambulatorio, e stanco si ferma proprio in mezzo ai volontari? Una ragazzina gli spiega la colletta. «Io glielo dò anche, qualcosa ai poveri, purché non siano negri. Io i negri proprio non li sopporto. Era un negro, quello che mi ha rapinato l’orologio...». «Ma ci sono anche tanti neri buoni!», insiste pazientemente la ragazzina. E forse è il suo sorriso, i suoi diciott’anni che commuovono il vecchio? Ecco anche la sua sporta, senza condizioni. E chissà a chi andrà.


E a proposito di neri, dalle parti di Vimercate davanti a un super arriva un ragazzo nigeriano: «Io non posso donare niente, ma sono cristiano, vorrei aiutarvi». E fino a sera carica cassette di cibo sul camion. Ci si scambia due parole in inglese, è arrivato cinque mesi fa su un barcone, è perito informatico, ha un figlio in Nigeria, non ha un lavoro, non sa l’italiano. Ha solo 23 anni. Ci si domanda come aiutarlo, ci si scambiano nomi e cellulari. Mani che si tendono a aiutare o a domandare si incrociano, in questo sabato di novembre che volge al tramonto. Facce che non si sarebbero mai incontrate, o che sfiorandosi in metrò si sarebbero guardate diffidenti, si parlano, e fanno insieme qualcosa di buono.


Penso a Milano e al Nord Italia come è raccontato da un certo rozzo populismo, a certe battute ciniche che riecheggiano nei bar. Eppure, Milano, e immagino il resto d’Italia, non è solo questo, non è davvero questo. Esiste, e aspetta appena di essere cercata, sollecitata, una generosità silenziosa. Spesso di poveri, di stranieri, di chi soffre o ha sofferto: e dunque si immedesima in chi ha bisogno. «Ma pensa, mamma, più sembrano dei poveracci e più sono generosi». Bello, ragazzi, scoprire, in una sera di Avvento, mentre sale la nebbia, un’altra città, invisibile, di cui raramente si legge, sui giornali. Ma è da qui che si ricomincia.

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