venerdì 4 marzo 2016
Se ne parla da anni e ieri ha compiuto il suo primo mezzo passo nell’aula del Senato, la riforma della magistratura onoraria. Mezzo, abbiamo detto, perché l’esame del disegno di legge delega presentato dal governo è stato rinviato a martedì prossimo subito dopo la discussione generale, su richiesta del relatore Giuseppe Cucca (Pd). Una richiesta dettata dall’esigenza di non passare all’esame degli emendamenti senza aver trovato «quelle soluzioni che migliorino il testo e consentire che venga approvato con la maggioranza più ampia possibile». Già, perché il ddl ha sollevato e solleva più di qualche perplessità anche tra i parlamentari, oltre che da parte delle associazioni dei cosiddetti 'precari in toga'. Anche e soprattutto rispetto alle prospettive intraviste durante la lunga fase preparatoria, quando il ministro della Giustizia Andrea Orlando (al quale va comunque dato atto di aver messo mano alla materia, dopo anni di immobilismo e sterili proroghe) aveva più volte incontrato le rappresentanze degli addetti ai lavori. Soprattutto ai giudici onorari di tribunale e ai viceprocuratori onorari, che in genere sono più giovani dei giudici di pace e non hanno precedenti esperienze lavorative e altre fonti di reddito, era sembrato quasi un miraggio poter raggiungere la sospirata stabilizzazione: una retribuzione fissa, i contributi previdenziali, l’indennità di ma-lattia e di maternità. E in effetti lo era, un miraggio, perché nel testo depositato a Palazzo Madama questi tre diritti hanno contorni quanto meno sfumati. Si prevede infatti che il lavoro dei magistrati onorari sia organizzato in modo «da assicurare la compatibilità dell’incarico onorario con lo svolgimento di altre attività lavorative». E che il «regime previdenziale e assistenziale » sia «senza oneri per la finanza pubblica» e garantito da «misure incidenti sull’indennità» degli stessi «giudici onorari di pace» (così dovrebbero chiamarsi in futuro, in seguito all’accorpamento delle due categorie oggi esistenti). Insomma, il governo dice a queste persone: trovatevi un lavoro 'vero' e pagatevi da soli la pensione, la malattia, la maternità. L’incarico, poi, non potrà durare più di dodici anni, inclusi quelli già svolti: chi arriva a questo limite tra i 50 e i 60 anni di età rischia seriamente di trasformarsi in un 'esodato' in toga. Non solo: dopo la sforbiciata al budget complessivo già operata con l’ultima legge di stabilità, con il ddl delega l’entità dei compensi sarebbe suddivisa in una porzione fissa e in una variabile, in funzione «incentivante ». Almeno in parte, resterebbe un lavoro 'a cottimo', come è oggi. Eppure al ministero, a Palazzo Chigi e in Parlamento sanno benissimo che i tribunali, già lenti, si fermerebbero una volta per tutte senza il contributo degli onorari. I quali sono impiegati in misura così intensiva da rendere molto difficile, se non impraticabile, l’esercizio e perfino la ricerca di una seconda occupazione. Ora c’è la possibilità di migliorare la riforma. Si tratta, in tutti i sensi, di una questione di giustizia.
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